Transmetropolitan: una guida al presente e al futuro tra giornalismo, droga e politica.

Pubblicata tra il 1997 e il 2002, Transmetropolitan è una serie di fantascienza cyberpunk a fumetti scritta da Warren Ellis e disegnata da Darick Robertson. Il protagonista è il celebre giornalista Spider Jerusalem, che insieme alle sue “immondi” assistenti Channon Yarrow e Yelena Rossini combatterà una guerra all’ultimo sangue contro il neoeletto presidente degli Stati Uniti Callahan. Il suo obiettivo: far emergere a galla la Verità sui crimini commessi durante la campagna elettorale e in seguito all’insediamento nella Casa Bianca.

Trama

Spider è ritornato in città, e deve dare il meglio di sé per scrivere il suo primo articolo dopo cinque anni di “riposo” in montagna:

Portami vasopressina, caffeina purificata, adrenashock, ginkgo biloba, guaranà e tutti gli stimolatori intellettivi introdotti negli ultimi cinque anni
(ne avrebbe bisogno anche il sottoscritto in questo momento, dopo cinque mesi di pausa dall’ultimo articolo).

Spider si è rivolto ad un anonimo ragazzino di strada malaticcio e con ogni probabilità dipendente da droghe ben peggiori di quelle che lui sta cercando; un’immagine eloquente nelle prime pagine del fumetto, che lancia già qualche indizio ai lettori sulla personalità di Jerusalem e sul tipo di società di cui fa parte: un giornalista anarchico e blasfemo è alla ricerca della Verità in una spietata distopia caratterizzata dalla simbiosi tipicamente cyberpunk tra alta tecnologia e degrado sociale.
Il tempo e lo spazio non hanno molta importanza in Transmetropolitan: sappiamo che ha luogo nella Città (un’imprecisata megalopoli degli Stati Uniti) in un futuro piuttosto remoto. L’umanità ha colonizzato Marte ed è entrata in contatto con altre forme di vita intelligenti. Mercurio è stato in qualche modo “acceso” e circondato da numerosi pannelli solari che raccolgono abbondanti quantità di energia pulita per la Terra, mentre gli esseri umani possono smaterializzarsi e caricare la propria coscienza in nubi composte da minuscole macchine, oppure trasformarsi in ibridi uomini-animali. Le persone che nei secoli precedenti hanno scelto di affidarsi alla tecnologia criogenica possono essere rianimate, ma sono lasciate a confrontarsi da sole con gli eccessi, la depravazione, l’egoismo e le tecnologie stravaganti del nuovo mondo; il violento impatto psicologico le segna al punto tale da trasformarle in branchi di vagabondi in stato semicatatonico che vanno a popolare le già sovraffollate strade della Città. I beni di consumo più elementari sono forniti dai “creatori”, dispositivi domestici (molto probabilmente ispirati ai replicatori di Star Trek) capaci di creare nuovi oggetti rimescolando gli atomi della spazzatura cittadina. La pervasività e l’onnipotenza del capitalismo so2016-08-15_194212no rappresentate da nuove strategie di vendita e manipolazione ai limiti dell’assurdo, quali le “publibomba”, improvvise bombe di luce emanate dallo schermo del televisore caricano il cervello dello spettatore con pubblicità che verranno sognate durante la notte, oppure l’infopolline, una sottilissima polvere espulsa da infopiante sparse in città, che attraverso “dati batterici” caricano i cervelli di notizie.

Al verde dopo aver sperperato tutto il denaro rimasto in “droghe, cibo e TV via cavo” e incalzato dal puttaniere (il suo editore) a cui deve la stesura di due libri, Spider è spinto a trasferirsi nuovamente nella sua Città. Le elezioni presidenziali sono imminenti, e solo stabilirsi e inoltrarsi nella fitta giungla metropolitana gli permette di esprimere al pieno le proprie potenzialità di giornalista, oltre all’assunzione di qualche pillola ovviamente. Il suo vecchio amico Mitchell Royce, ormai direttore del prestigioso giornale The Word, gli affida una rubrica, garantendogli un’assicurazione giornalistica e un appartamento. Le sue inchieste lo rendono nuovamente celebre presso il pubblico, con il quale Spider intrattiene un rapporto d’amore e odio (forse più odio), perché in parte artefice delle proprie sofferenze con il supporto dato a politici egoisti, meschini e ipocriti; è proprio a questa élite politica che Spider si opporrà con più ardore, con lo scopo ultimo di illuminare i cittadini con la luce della Verità: il primo a cadere vittima sarà il presidente uscente soprannominato La Bestia, ma sono i crimini del neoeletto Gary Callahan (Il Sorridente) che Spider avrà più difficoltà ad esporre pubblicamente. In seguito alla stretta autoritaria verrà ostacolato dalla corrotta e brutale forza di polizia della Città, già sua acerrima nemica, e dai continui tentativi di censura da parte del governo, che costringeranno lui e le sue immonde assistenti ad affidarsi a canali illegali e metodi tutt’altro che ortodossi per ottenere ciò che vogliono.
La storia principale e quelle minori si alternano a monologhi interiori o articoli di Spider, dove il giornalista, mentre è riscaldato delle luci al neon durante le sue passeggiate per la metropoli, esterna le sue riflessioni sulla variegata fauna umana della Città.

Considerazioni

I disegni di Darick Robertson non potrebbero esprimere in modo migliore l’anima cyberpunk, che in un fumetto così come in una produzione cinematografica si regge inevitabilmente sulla fondamentale componente estetica. Lo scorrere del fiume umano per le strade della Città ricorda le affollate arterie di Los Angeles in Blade Runner, e Robertson è attento ad arricchire ogni anonimo personaggio con strani innesti artificiali, capigliature fantasiose o altri elementi decorativi, così come le stesse strade (disseminate di sigarette, preservativi, siringhe e stronzi umani e non umani). Con le innumerevoli sette, culture, religioni e organizzazioni presenti in Città nate da un giorno all’altro, sociologi e antropologi avrebbero materiale di studio per secoli e secoli.
Venendo alla droga, questa permea tutta la storia: in Transmetropolitan non si fanno solo Spider, le donne incinte, i bambini o gli animali, ma anche i Creatori (sì, anche gli elettrodomestici si drogano); questa è solo una delle strane caratteristiche del mondo caotico e degenerato creato da Ellis, un mondo dove è ormai uso comune mangiare qualsiasi parte di ogni essere vivente, compresi gli esseri umani clonati. Basta andare dal tailandese dietro l’angolo (Spider ama particolarmente gli occhi di caribù).
Attraverso Spider Jerusalem, l13900149_10210602075514612_5553895476217848076_nungo la serie Warren Ellis effettua una critica feroce alle religioni e al concetto stesso di religione, alla corruzione politica e al sistema capitalista. Il giornalista combatte costantemente queste forze mostrando il proprio temperamento anarcoindividualista ma anche adottando una morale che lo porta a battersi per gli elementi alla base della piramide sociale, di cui è stato parte in gioventù. Oltre a rimarcare la negatività di tali diseguaglianze, il fumetto ci ricorda anche l’importanza della libertà d’espressione e di una stampa libera, senza le quali i cittadini verrebbero privati di diritti e poteri fondamentali.

Per quanto riguarda l’aspetto politico, alcuni hanno dato valore profetico a Transmetropolitan. E non hanno torto. Non è difficile notare inquietanti similitudini tra le campagne per le elezioni presidenziali del fumetto e quelle in corso attualmente negli USA; in particolare il candidato Heller, neonazista e suprematista bianco i cui slogan e supporter riportano alla mente quelli del candidato repubblicano Donald Trump, mentre il viso del suo rivale, Gary Callahan (Il Sorridente), ricorda l’inquietante sorriso della sfidante Hillary Clinton, data per favorita proprio come lui.
Transmetropolitan è senza dubbio il mio fumetto preferito: una critica irriverente, cinica e blasfema al sistema attuale ambientata in un futuro cyberpunk ed espressa attraverso le peripezie di un giornalista investigativo imprevedibile e sfrontato. Cosa c’è di meglio?

Di seguito, alcuni estratti del fumetto che ho apprezzato particolarmente:

Questa città non si è mai concessa decadenza o degrado. Continua a crescere, smisurata, intensa, in un casino di frastuono e luce e fetore. Trae forza da migliaia di culture e dalle altre mille che spuntano fuori ogni giorno. Non è perfetta. Ti mente e ti frega. E non è un’utopia e non è la montagna neanche se ti spari…ma è viva. Non si discute.

La gente continua a dirmi: stai facendo un buon lavoro, Spider, stai davvero cambiando le cose, Spider. E sono tutte cazzate. Non sto cambiando un cazzo di niente. Sono uno scrittore. Un giornalista. Non posso cambiare una sega. Quello che faccio è darvi gli strumenti per capire il mondo, in modo che possiate cambiare le cose. E sono incastrato qua. Spero solo che voi lo facciate.

Ora come ora, in Città nasce una nuova religione ogni 35 minuti. Eppure, stranamente, i lanciafiamme sono ancora illegali. Non c’è equilibrio, in questo posto.

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La socialdemocrazia di Bernie Sanders e il modello scandinavo

Relativamente alla società statunitense, Bernie Sanders è davvero una personalità radicale; così come Eugene Debs, suo mentore e figura di spicco tardo ottocentesca del socialismo statunitense, oggi il Senatore Indipendente del Vermont è considerato un estremista dalle idee politiche troppo rivoluzionarie, perfino dall’élite del Partito Democratico. Ingenuo idealista per i moderati centristi come Hillary Clinton e pericoloso comunista per l’elettorato repubblicano e i suoi candidati, Sanders sta scuotendo l’intera nazione.
Sebbene egli si sia pubblicamente dichiarato “Socialista Democratico”, il programma di Sanders è chiaramente di ispirazione socialdemocratica. Il senatore ha più volte sottolineato la sua intenzione di prendere spunto dalle democrazie scandinave per attuare la “Political revolution”, motore della sua campagna, e dal loro modello di sviluppo economico. Come ha notato l’autore ed ex presidente dell’American Humani2016-01-29_225742st Association David Niose, Sanders è riuscito ad “americanizzare” il socialismo attraverso una tradizione filosofica
tipicamente statunitense come quella pragmatista, dove grandi concetti teorici e discorsi idealisti fanno spazio a proposte e soluzioni concrete, ecco perché non troverete menzione di “lotta di classe” o “abolizione del capitalismo” nei suoi discorsi (le sinistre europee potrebbero trarre qualche lezione). Ma veniamo alle differenze tra Socialismo democratico e socialdemocrazia: mentre il primo prevede che la collettività debba assumere il controllo dei mezzi di produzione pur restando in un sistema democratico, la seconda si prefigge di minimizzare gli effetti negativi e disumanizzanti del sistema capitalista attraverso una serie di politiche che mirano a redistribuire ricchezza e benefici. Un esempio di socialismo democratico si torva nel Cile di Allende degli anni ’70 oppure, secondo alcuni, nel Venezuela di Hugo Chavez. Eppure Sanders ha criticato Chavez definendolo “dittatore comunista”, scatenando la rabbia dei chavisti. Ma il Senatore non è l’unico: anche l’ex primo ministro del Regno Unito Tony Blair si è definito socialista democratico; i politici sembrano molto confusi riguardo al suo significato, oppure più semplicemente questi scelgono di applicare in modo arbitrario tale etichetta alla loro ideologia. I principi socialdemocratici invece sono rappresentati al meglio nei paesi scandinavi, grazie al loro celebre modello conosciuto come modello nordico (anche chiamato più specificamente scandinavo). Prima di parlare del modello scandinavo, è importante capire la differenza tra paesi scandinavi e nordici: la Scandinavia è composta da Svezia, Danimarca e Norvegia, mentre il gruppo dei paesi nordici comprende anche la Finlandia e l’Islanda oltre ai tre prima menzionati. I paesi scandinavi sono i protagonisti di tale modello, ma anche Islanda e Finlandia condividono alcune delle caratteristiche.

Il modello scandinavo

Nel 2006 il prestigioso settimanale britannico The Economist decretava la fine del modello nordico; nel 2013, sullo stesso settimanale, questo veniva lodato come il super-modello che gli altri paesi avrebbero dovuto imitare. Libertari e conservatori hanno sempre cercato di ridimensionare i successi delle socialdemocrazie nordiche, o dando il merito esclusivamente alle caratteristiche che coincidono con la loro ideologia, oppure distorcendo la realtà, ma i fatti raccontano una storia diversa. Le monarchie scandinave sono posizionate ai primi posti nella classifica sulla libertà economica e possiedono un mercato dei beni poco regolato, questi aspetti le rendono senza dubbio economie capitaliste e non socialiste; tuttavia, è facile notare come il capitalismo scandinavo sia completamente differente da quello di origine anglosassone, in quanto profondamente influenzato dalla dottrina socialista, che tende a favorire l’equità e il benessere economico collettivo rispetto a quello individuale. C’è chi ha battezzato tale modello “Terza Via” (differente da quella blairiana), in quanto né liberista né socialista, ma credo che la denominazione migliore sia quella tradizionale: Socialdemocrazia. I paesi nordici, quelli scandinavi in particolare, hanno una lunga tradizione socialdemocratica, e i partiti che si rifacevano a questa ideologia hanno avuto un ruolo centrale nella costruzione degli stati (in Svezia il Partito Socialdemocratico dei Lavoratori ha governato ininterrottamente per circa 40 anni). Influenzata dal marxismo, la socialdemocrazia nordica ha presto abbandonato il suo intento di trasformare il sistema economico per dedicarsi a minimizzare gli effetti negativi del sistema capitalista, con un’attenzione particolare alla classe media e agli indigenti; si potrebbe sostenere che abbiano applicato la dottrina rawlsiana di massimizzazione dell’utilità delle classi inferiori. Oggi i partiti socialdemocratici scandinavi rimangano ancora tra le forze principali nei rispettivi paesi, ma competono con partiti reazionari o neoliberisti più forti. Secondo il libro “The Nordic Model – Embracing globalization and sharing risks”, le principali caratteristiche del modello nordico (che ovviamente si è sviluppato in modo differente a seconda del paese) sono 1) alto livello di spesa pubblica in rapporto al PIL, 2) altissima percentuale di lavoratori iscritti ai sindacati, 3) alto numero di impiegati statali, 4) bassi livelli di corruzione, 5) generosi programmi di welfare (che secondo il sociologo danese Esping-Andersen fanno parte di uno specifico “Welfare Socialdemocratico”) 6) grande attenzione ai diritti dei lavoratori, 7) livello di spesa pubblica destinato ad educazione e sanità pubblica superiore alla media OCSE, 8) tassazione progressiva con aliquote molto elevate e 9) corporativismo sociale (anche chiamato corporativismo socialdemocratico), ovvero una forma di contrattazione collettiva tra datori di lavoro e dipendenti mediata dal governo. Questa rete di sicurezza sociale universale costruita su un sistema di libero mercato ha fatto guadagnare ai paesi nordici i primi posti sia nelle classifiche dell’indice della felicità che in quelle dello sviluppo umano (HDI), entrambi pubblicati dall’ONU. Anche per quanto riguarda l’indice Gini, che misura la disuguaglianza di reddito, i paesi nordici si posizionano tra quelli più equi. Nonostante i principali indicatori economici, politici e sociali parlino chiaro, alcuni continuano a respingere tale realtà bollandola come mito, alcune volte portando “argomentazioni” piuttosto ridicole:

1) “Ma i paesi scandinavi hHXmDw8vanno il petrolio”
No, non è vero. Tra i paesi scandinavi solo la Norvegia ha a disposizione grandi quantità di petrolio. Certo, l’enorme profitto derivato dalla sua estrazione ha assicurato al paese un ricchissimo fondo sovrano (che vale più di 750 miliardi di euro), ma la vicina Svezia non possiede le stesse risorse energetiche, eppure ha uno dei sistemi di welfare più sviluppati al mondo. Inoltre, esiste una condizione chiamata ”Maledizione delle risorse”, che colpisce i paesi che impiegano buona parte del loro PIL alla produzione di un’unica risorsa (spesso si tratta del petrolio o gas) e quindi non diversificano la loro economia. Viene chiamata “maledizione” perché spesso questa caratteristica ha un impatto negativo sul paese in termini di distribuzione della ricchezza (si pensi al Venezuela, ai paesi del Golfo o alla Nigeria), ma la Norvegia è un valido esempio di come, in un sistema democratico, questa possa essere gestita al meglio a beneficio di tutti.

2) “Ma lì hanno i tassi di suicidio più alti al mondo”
Questo è un altro mito. Gli stati scandinavi non hanno tassi di suicidio particolarmente alti, al contrario: la Svezia si attesta al cinquantottesimo posto, mentre Norvegia e Danimarca sono rispettivamente all’ottantunesimo e ottantaduesimo.


Il programma di Sanders, il modello scandinavo e le critiche dei libertari

Ciò che Bernie Sanders sta proponendo al popolo americano non è solo una rivoluzione politica, ma anche culturale, e molti cittadini sembrano interessati a farne parte. I segni della guerra fredda sono ancora visibili presso l’opinione pubblica americana: qualsiasi cosa abbia a che fare con il socialismo è sempre guardata con sospetto o paura; i sondaggi tuttavia rivelano che la popolazione giovanile è molto più a suo agio con tale parola rispetto alle generazioni precedenti, e questo spiega in parte l’enorme successo che Bernie Sanders sta riscuotendo tra i millennials. Finanziare i suoi principali progetti, in particolare la copertura sanitaria universale e l’istruzione gratuita per tutti, richiederebbe ingenti somme di denaro, ma questo non vuol dire che sia impossibile realizzarli. Sanders ha fatto intendere, non proprio esplicitamente, che per il loro finanziamento non basterebbe tassare maggiormente il cosiddetto 1% e le operazioni speculative di Wall Street, ma anche la classe media. Alcuni studi rivelano che con un sistema sanitario pubblico e universale il contribuente americano medio ricaverebbe molti benefici economici, diversi esperti invece sostengono che il piano di Sanders sia poco chiaro e dettagliato, e rimangono fortemente scettici sugli effetti di tale riforma a livello nazionale. Che vinca oppure no, il Senatore ha il grande merito di conferire una nuova veste a tale ideologia, o meglio, di mostrare agli statunitensi che i principi base del socialismo come redistribuzione della ricchezza, equità e giustizia sociale, sono alla base di una civiltà veramente democratica, e i paesi scandinavi ne sono l’esempio. Ma mettiamo un attimo da parte il socialismo: l’attuale sistema statunitense è caratterizzato da un enorme concentrazione di ricchezza (e quindi di potere) nelle mani di pochi; numerose multinazionali riescono ad eludere il fisco indisturbate, privando la collettività di miliardi di dollari, e nello stesso tempo, soprattutto in seguito alla sentenza “Citizen United” (2010) della Corte Suprema, queste possono iniettare ingenti somme di denaro nei comitati elettorali (i cosiddetti superPAC) dei candidati, compresi quelli che ambiscono al posto nello studio ovale. L’economista Robert Solow, vincitore del premio Nobel e professore del MIT, sostiene che la società americana (ma non solo) stia per trasformarsi in un’oligarchia. Sanders è l’unico candidato disposto a invertire questo processo e ad inaugurare un percorso di democratizzazione del sistema politico, ed è anche l’unico a non essere invischiato nei giochi di Wall Street (non sorprende che il Wall Street Journal lo stia attaccando continuamente); questo lo fa apparire la persona adatta. Se Hillary Clinton un giorno sostiene di voler combattere contro l’influenza delle corporation sui candidati e il giorno dopo afferma che non c’è nulla di male se la sua campagna è stata finanziata per gran parte da multinazio12508784_10208376731766695_7262786747458639252_nnali, dimostra di non essere degna di fiducia. Come sostengono diversi analisti, la scelta tra Clinton e Sanders è una scelta tra status quo e cambiamento, non tra realismo e sogno. Si tratta di una battaglia che tra gli occidentali dovrebbe trovare consensi sia a destra che a sinistra, non solo tra i socialdemocratici, eppure non è difficile trovare liberali europei che sostengono i repubblicani. Al contrario di Sanders, nessun candidato repubblicano sembra ritenere opportuno rendere automatico il processo di registrazione alle circoscrizioni elettorali (negli Stati Uniti è necessario registrarsi per esercitare il diritto di voto) oppure mettere fine all’orrenda pratica del gerrymandering; si tratta di principi basilari per una sana democrazia contemporanea, ma pochi sembrano curarsene, compresi quelli che si definiscono liberali e democratici.

Tra i libertari c’è ancora più confusione. Dopo il ritiro di Rand Paul dalla corsa alle primarie (candidato più libertario tra i repubblicani) alcuni suoi sostenitori hanno visto in Sanders una seconda opzione, e non c’è da meravigliarsi tanto: sebbene libertari e socialdemocratici progressisti abbiano idee completamente diverse e inconciliabili per quanto riguarda le politiche economiche, spesso si trovano d’accordo sulle libertà civili. Sanders e Paul sono entrambi critici del programma PRISM della National Security Agency (NSA) e hanno posizioni meno dure nei confronti di Edward Snowden rispetto agli altri candidati. Entrambi si sono opposti al Patriot Act di Bush, credono che bisogna terminare la “guerra alle droghe”, che ha condannato ingiustamente migliaia di persone ad una vita in galera, e sono favorevoli a decriminalizzare l’uso della marijuana. Una valutazione più attenta dei rispettivi programmi, comunque, dimostra che Sanders è addirittura più libertario di Paul per ciò che concerne le libertà civili, il ché è piuttosto ironico per chi descrive se stesso con quell’etichetta.
Altri invece si sono dedicati alla demonizzazione di Sanders, accusandolo di essere comunista, di voler trasformare gli USA nel Venezuela e di altre assurdità. I libertari cultori della scuola economica austriaca solitamente si pongono le domande giuste, ma danno risposte sbagliate e incompatibili con la realtà; non c’è da meravigliarsi se uno stato fondato sui principi libertari non sia mai esistito. Secondo loro, qualsiasi problema è dovuto all’eccesso di spesa pubblica, all’intervento dello stato nell’economia o addirittura all’esistenza stessa dello stato. Prendiamo ad esempio i loophole legislativi che permettono alle corporation di eludere il fisco: questi sono senza dubbio causati dal rapporto clientelare che esiste tra il legislatore e le industrie, ma in che modo ridurre i poteri del governo potrebbe risolvere la situazione? Perché bisognerebbe abolire i regolamenti invece di introdurne di migliori? Supponiamo che lo stato assuma esclusivamente il ruolo di garante della concorrenza: chi avrebbe il compito di limitare il potere di queste multinazionali al di fuori del territorio nazionale? I politici spesso agiscono per esclusivo interesse personale, portare a termine il progetto libertario di sostanziale ridimensionamento del governo (se si parla di minarchismo) o della sua completa eliminazione (se parliamo di anarcocapitalismo) richiederebbe un processo politico, e anche in questo caso le persone coinvolte potrebbero essere guidate da interessi specifici. Eliminare lo stato creerebbe un vuoto che con ogni probabilità verrebbe riempito da individui che già ora detengono molto potere nelle loro mani, oppure dal caos totale; questo rende la fantasia libertaria anche pericolosa oltre che irrealistica. In poche parole, con una distribuzione del potere diseguale già in partenza, la delegittimazione dello stato amplierebbe le disuguaglianze e privilegerebbe una manciata di individui che non avrebbe alcuna responsabilità nei confronti della popolazione. Di redistribuire il potere non se ne parla: andrebbe contro gli stessi principi fondanti del libertarismo e inoltre richiederebbe un qualche organo legittimato ad agire.

Il problema, dunque, non è da ritrovarsi nello stato in quanto tale, ma nel modo in cui questo è governato. I risultati conseguiti dai paesi scandinavi provano che un alto livello di spesa pubblica in rapporto al PIL o numeri elevati di dipendenti statali non determinano necessariamente corruzione diffusa e stagnazione economica, come liberisti e libertari sostengono. La ricchezza prodotta dai membri della società viene distribuita più equamente, ma questo non proibisce ai milionari e miliardari scandinavi di godersi i loro profitti.
Non sappiamo tuttavia se il modello nordico potrà avere successo negli Stati Uniti; dopotutto stiamo parlando di un modello sociale ed economico strettamente legato alla cultura scandinava e alla sua storia, e sappiamo che le scienze umane e sociali non sono scienze esatte. Un modello non può essere copiato e incollato, questo dovrà adattarsi alle realtà del luogo. Se eletto, Sanders troverà molta resistenza ed avrà bisogno di un Congresso che approvi le sue politiche, senza l’appoggio dei cittadini questo non sarà possibile. Ma una cosa è certa: molti statunitensi sembrano disposti a distanziarsi dalla cultura individualista tipica degli Stati Uniti e ad accogliere con favore il cambiamento.

Change is the essential process of all existence
(cit. Spock)

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Schismatrix: il capolavoro di Bruce Sterling

Schismatrix (La Matrice Spezzata) è un romanzo di fantascienza Space opera/Cyberpunk dello scrittore statunitense Bruce Sterling pubblicato nel 1985. Insieme a Neuromante del canadese William Gibson è considerato uno dei libri sacri della corrente letteraria e culturale cyberpunk. La storia è ambientata nell’universo dei Plasmatori e dei Mechanist, inaugurato precedentemente da una serie di brevi racconti. Prima del sottoscritto (e chissà di quanti altri lettori) è stato lo stesso Sterling, nel 1995, a definire Schismatrix un romanzo “strano“. Insieme alle altre storie ambientate in questo universo, si tratta della “cosa più cyberpunk” che ha scritto e che scriverà, ha detto l’autore, aggiungendo di averla concepita durante quei “lieti giorni” dei primi anni ’80 in cui cominciava ad intravedersi la fioritura di questo nuovo sottogenere allora ancora privo di etichetta e conosciuto solo da una ristretta cerchia di autori.

In SchiIMG_20150924_140823836smatrix l’umanità, se possiamo ancora definirla in questo modo, ha colonizzato l’intero sistema solare e abbandonato la Terra al suo destino. Intorno alla Luna e ad altri satelliti naturali spuntano come funghi innumerevoli stazioni orbitali, ognuna con una propria ideologia, la propria forma di stato e di governo, ma soprattutto conscia della propria fedeltà oppure ostilità verso le due principali fazioni in cui i nuovi esseri umani si identificano: i Mechanist e i Plasmatori. I mechanist modificano e potenziano i propri corpi attraverso innesti meccanici ed elettronici, spesso cambiando radicalmente il loro aspetto fisico. Quando arriva l’ora di liberarsi dei propri corpi consunti, i mechanist si affidano al mind-uploading, abbandonando il meatspace e continuando a vivere nella rete come intelligenze artificiali. I Plasmatori sono organismi pianificati le cui prestazioni fisiche e psicologiche vengono migliorate tramite modifiche genetiche, sia prima della loro “creazione” che durante la vita, e attraverso esercizi mentali; sono generalmente resistenti, hanno un bell’aspetto e sono carismatici e intelligenti. Le due fazioni sono in guerra tra loro per gran parte del libro, non semplicemente per ottenere la supremazia del sistema solare, ma per far prevalere la propria visione di evoluzione postumana sul resto della specie. La polarizzazione dell’umanità tuttavia non è omogenea né nel tempo né nello spazio: il romanzo copre un periodo di circa duecento anni (2215-2386) durante i quali coesistono una miriade di altre fazioni, sette e ideologie e i cui esponenti anche se inevitabilmente appartenenti ai mechanist o ai plasmatori scelgono di identificarsi in altro modo, principalmente a seconda dell’affinità ideologica, o non identificarsi affatto. Lo stesso protagonista, nonostante sia sia cresciuto in una famiglia mechanist e sia stato addestrato in una scuola per plasmatori, non giurerà mai fede ad alcuno. Tra le fazioni minori più importanti ci sono i cataclisti, individui che rifiutano la legge e l’autorità, i zero serotonina (o non-movimento) che si oppongono ai rapidi cambiamenti sociali e cercano di raggiungere la quiete interiore principalmente attraverso tecniche di biofeedback, i detentisti, che in seguito all’arrivo degli Investitori (una razza aliena) credono che le fazioni umane debbano cessare le ostilità per creare un fronte comune, oppure i preservazionisti, che di fronte al totale abbandono di qualsiasi forma d’arte e più in generale di cultura da parte dell’umanità, chiedono un ritorno al passato terrestre. Nell’universo postumano di Sterling a dividere gli “uomini” non sono i conflitti di classe o quelli etnici e religiosi, ma le diverse tecniche evolutive. Ogni conflitto umano ruota intorno alla tecnologia e ai rapporti con le altre specie aliene.schismatrix1

Trama (attenzione, contiene spoiler)

Il protagonista del romanzo è Abelard Lindsay, abitante della Repubblica Corporativa Circumlunare di Mare Serenitatis. Insieme a Philip Constantine e Vera Kelland sta portando avanti una battaglia preservazionista contro l’aristocrazia locale, sempre più vicina ai cartelli mechanist. Per protestare contro questa deriva, Vera e Abelard decidono di compiere il gesto estremo del suicidio. Vera riesce nell’intento, mentre Abelard fallisce: sentitosi tradito, Constantine diviene suo principale antagonista. Lindsay viene esiliato dalla Repubblica per essere stato accusato ingiustamente dell’omicidio di suo zio (ucciso in realtà da Constantine) e spedito nello Zaibatsu Circumlunare del Popolo del Mare Tranquillitatis, un marcio ecosistema frequentato quasi esclusivamente da criminali, assassini e reietti della società che infestano il sistema, i cosiddetti cani solari. Qui conosce Ryumin, un vecchio giornalista mechanist di origini siberiane, e Kitsune, una giovane prostituta plasmatrice a capo della Banca Geisha. Grazie alle sua abilità diplomatiche e all’aiuto di Ryumin, Lindsay mette in piedi un’impresa teatrale, ma non riuscirà a goderne i profitti perché braccato da un sicario di Constantine, che nel frattempo ha preso il potere di Mare Serenitatis ed ha abbracciato la causa dei plasmatori. Lindsay trova rifugio nella Red Consensus, un’astronave-stato di pirati mechanist incontrati sullo Zaibatsu, e diviene parte dell’equipaggio. La Red Consensus si imbatte in un asteroide, Esairs XII, abitato da una famiglia di plasmatori. Lindsay incontra Nora Mavrides, uno degli abitanti dell’asteroide, e inseme a lei cerca di evitare una guerra tra i due gruppi, ma falliscono nell’intento. Pur di salvarsi, i due uccidono anche i membri del proprio gruppo.
A questo punto una razza di alieni fa la loro comparsa nel sistema solare. Questa viene identificata come la razza degli “investitori”, perchè ossessionata dall’accumulo di ricchezze e dal commercio. Grazie agli investitori, questo periodo si caratterizza da una relativa pace tra le due fazioni, che invece di farsi guerra si focalizzano sugli scambi commerciali. Nel frattempo Lindsay e Mavrides si sono innamorati l’un dell’altro e sono divenuti leader plasmatori. Tuttavia la pax solaris giunge presto al termine; Constantine ha conquistato il potere nel Consiglio dell’Anello, l’istituzione principale dei plasmatori, e mentre Mavrides cerca di combatterlo, Lindsay trova rifugio presso il Cartello Dembowska. In seguito fonderà la Repubblica Corporativa Popolare di Czarina Kluster insieme a Wellspring, rappresentante principale dell’ideologia postumanista. Aiutata da Lindsay, Mavrides cerca di raggiungere la nuova colonia, ma Constantine scopre il suo piano e la costringe ad uccidersi. Sconvolto per la morte di Mavrides, Lindsay sceglie di sfidare Constantine in uno scontro mentale che lascerà entrambi in uno stato di catatonia, ma in cui Lindsay risulterà vincitore. Dopo cinque anni, Lindsay si risveglia nella vecchia Repubblica di Mare Serenitatis ora chiamata Repubblica Culturale Neotecnica, perché governata dai preservazionisti. Lindsay comincia ad apprezzare le idee postumaniste di Wellspring e decide di tornare su Czarina Kluster per unirsi al suo clan. Mentre Wellspring pianifica la terraformazione di Marte, Lindsay invece si impegna nella creazione di un ecosistema vivibile su Europa, uno dei satelliti naturali di Giove. Lindsay convince la figlia di Constantine Vera (creata con il DNA di Vera Kelland) ad aiutarlo nell’impresa e insieme esplorano gli abissi marini della Terra in cerca di organismi da portare su Europa per dare vita all’ecosistema. Lindsay in seguito fa visita a Constantine, malconcio e con problemi deambulatori, i due si riappacificano, ma quest’ultimo si suicida non prima di confessargli che Vera ha anche il suo DNA. Nel frattempo su Europa si sono trasferiti degli umani trasformatisi in ibridi uomini-pesce chiamati Angeli. Lindsay ritorna sul satellite e lì viene avvicinato da un essere la cui presenza era stata già avvertita in precedenza da Vera. Questo si palesa di fronte ai suoi occhi e gli offre la possibilità di esplorare le infinite meraviglie dell’universo, Lindsay accetta e divenendo un tutt’uno con l’essere, parte alla scoperta dell’indefinito.Schismatrix(1stEd)

Considerazioni

Si tratta di uno dei romanzi più strani e al contempo più belli che abbia letto. Il testo risulta di difficile comprensione in alcuni punti, ma la complessità non concerne l’intero romanzo come nel caso di Neuromante. L’universo di Bruce Sterling ha un che di geniale, soprattutto se ci soffermiamo sulle ideologie e le fazioni immaginate per l’umanità del futuro. La nascita di una guerra che ruota intorno a due diverse concezioni di evoluzione artificiale può risultare improbabile, data una supposta convergenza e complementarietà delle diverse tecnologie, ma gli interrogativi sul futuro sono tali da non poter escludere ciò con convinzione. Attraverso il protagonista, Sterling riesce a raccontare la storia di una nuova umanità, il cui obiettivo non è quello di sopravvivere sul suo piccolo pianeta natale, ma di infrangere le barriere della conoscenza, dello spazio e della mente, che sia terraformando pianeti o potenziando le proprie facoltà mentali con una tra le migliaia di droghe in circolazione. I temi di interesse transumanista, come il longevismo, abbondano e sono parte fondamentale del romanzo. Come è di regola nel cyberpunk dei primi anni, il protagonista è un anti-eroe che privilegia la propria sopravvivenza e rifugge dalle mortali sfide che gli si presentano d’innanzi. È difficile non notare le similitudini con il romanzo precursore del cyberpunk Destinazione Stelle di Alfred Bester: Gulliver Foyle è anch’egli un anti-eroe (molto più spietato ed egoista di Lindsay) ed entrambi i protagonisti al termine del romanzo partono alla ricerca di nuove meraviglie verso le infinità del cosmo.

Ho selezionato due estratti che mi hanno colpito particolarmente.
Nel primo, la plasmatrice Kitsune spiega a Lindsay in che modo è stata modellata per fungere da prostituta perfetta:

Mi hanno consegnato ai chirurghi. Mi hanno tolto l’utero, e al suo posto mi hanno inserito tessuto cerebrale. Innesti di centri di piacere, tesoro. Sono collegata al retto e alla spina dorsale e alla gola, ed è perfino meglio che essere Dio. Quando sono calda, sudo profumo. Sono più pulita di un ago nuovo di zecca, e niente lascia il mio corpo che tu non possa bere come vino o mangiare come zucchero candito. E mi hanno lasciato l’intelligenza, perché sapessi cos’è la sottomissione. Sai cos’è la sottomissione, tesoro?

In quest’altro estratto, il mechanist Ryumin racconta a Lindsay com’è cambiata la sua vita dopo aver trasferito la sua coscienza sulla rete:

Alla perdita della mobilità si accompagna l’estensione dei sensi. Se voglio, posso passare ad una sonda in orbita mercuriana. Oppure fra i venti di Giove. In effetti lo faccio spesso. D’un tratto mi trovo là con la stessa completezza con cui sono da qualunque altra parte. La mente non è quella che affermi tu, signor Dze. Quando l’afferri con dei cavi, tende a scorrere. I dati sembrano emergere come bolle da qualche profondo strato della mente. Questo non significa esattamente vivere, ma ha i suoi vantaggi.

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Il flagello di Singapore

Questa è la storia di Amos Yee, un giovane ribelle singaporiano armato di videocamera, coraggio e blasfemia che ha sfidato e continua a sfidare il governo e la società dell’ex colonia inglese, sovvertendone “l’armonia sociale” a colpi di provocazioni, insulti e critiche taglienti. Tutto ha avuto inizio in seguito alla morte dell’ex premier Lee Kuan Yew, avvenuta il 23 marzo di quest’anno. Il 27 marzo il sedicenne pubblica un video intitolato “Lee Kuan Yew is finally dead!” (Lee Kuan Yew è finalmente morto!) dove critica duramente l’operato del longevo fondatore della città-stato nei suoi 31 anni di governo, soffermandosi in particolare sulle forti limitazioni imposte alla libertà di espressione, sulla profonda disuguaglianza economica da cui è affetta Singapore e sull’aumento della parte di popolazione che vive in stato di povertà. Nel video, Lee Kuan Yew viene paragonato ai maggiori dittatori della storia e a Gesù, anch’egli manipolatre assetato di potere. I paragoni sono piuttosto ingenui, semplicistici e privi di senso, ma al giovanissimo Yee va riconosciuto il coraggio di avere espresso il suo pensiero nonostante fosse perfettamente consapevole delle conseguenze a cui sarebbe andato incontro.796391-thumb-300xauto-685726
Lee Kuan Yew è morto, finalmente! Perché nessuno ha detto “Fanculo, Lee Kuan Yew è morto?” Perché sono tutti spaventati , perché se dicessero una cosa del genere potrebbero mettersi nei guai” dice Yee nella parte iniziale del video; ciò che è avvenuto in seguito gli ha dato ragione. Dopotutto non puoi permetterti di insultare il padre fondatore della tua patria e prenderti il gioco della principale minoranza religiosa se vivi nello stato posizionato al 153° posto (su 180) nella classifica mondiale sulla libertà di stampa (World Press Freedom Index). In seguito alla diffusione del video, diverse persone hanno segnalato alla polizia i suoi contenuti e con essi quelli di un’immagine che Yee aveva precedentemente caricato sul suo blog, rappresentante due figure umane, impegnate in un atto sessuale, le cui facce erano state sostituite con quelle di Lee Kuan Yew e l’ormai defunta premier britannica Margaret Thatcher. Il video e l’immagine sono stati subito censurati e Yee è stato arrestato pochi giorni dopo, con le accuse di aver “deliberatamente ferito i sentimenti religiosi dei cristiani in generale” in un video che inoltre “conteneva opinioni riguardo a Lee Kuan Yew destinate ad essere ascoltate e viste da persone che avrebbero potuto offendersi“; la terza accusa era collegata all’immagine, che secondo la Corte non rispettava la legge contro l’incitamento all’odio che “serve ad assicurare l’armonia tra la popolazione multietnica di Singapore e prevenire il ritorno della violenza razziale che caratterizzava i primi anni“. Dopo una serie di vicende giudiziarie, in cui Yee ha continuato a sfidare l’autorità aggiornando il blog nonostante il divieto, a maggio si è tenuto il processo in seguito al quale la corte ha dichiarato il sedicenne colpevole, condannandolo a quattro settimane di galera. Tuttavia, già avendo precedentemente scontato la pena in custodia cautelare, Yee è stato liberato il giorno stesso. Durante le sue disavventure legali ha più volte criticato le condizioni di detenzione, raccontando le sue esperienze attraverso facebook e il suo blog. La risposta delle autorità alla ribellione virtuale di Amos Yee ha attirato le critiche di diverse organizzazioni non governative, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, e addirittura dello Human Rights Office delle Nazioni Unite, che ha richiesto l’immediato rilascio di Yee in quanto la sua detenzione violava la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia: “Mentre riconosciamo la preoccupazione delle autorità di Singapore riguardo alla moralità pubblica e all’armonia sociale, l’OHCHR è preoccupato che le sanzioni comminate in questo caso siano sproporzionate e inappropriate in termini di protezione internazionale della libertà di espressione.” Ha ricevuto sostegno anche da Scholarism, il movimento di Hong Kong che da tempo si batte per liberare la città dalle grinfie dell’autoritarismo cinese, ma anche da tante persone riunitesi indipendentemente nelle piazze delle maggiori città del sud-est asiatico per chiedere il suo rilascio. A Singapore ha raccolto anche un gran numero di hater, come il quarantanovenne Neo Gim Huah che lo ha schiaffeggiato davanti alle telecamere perché offeso dalle parole d’odio espresse nei confronti di Lee Kuan Yew. Yee è un personaggio eccentrico, un nerd che prova un odio quasi viscerale per la società in cui è cresciuto, ed è molto compiaciuto di essere sotto i riflettori dei media internazionali e dei netizen; i provvedimenti che l’apparato giudiziario ha preso nei sui confronti sono stati assolutamente inutili e controproducenti, avendo paradossalmente dimostrato ciò che Amos Yee sosteneva, e cioè che a Singapore vi sono forti limiti alla libertà di espressione. Oggi Yee ha un nutrito bacino di seguaci e continua a pubblicare video informativi e fortemente critici su diversi aspetti della società singaporiana, conditi con espliciti insulti indirizzati principalmente all’attuale primo ministro Lee Hsien Loong, figlio di Lee Kuan Yew, e con ironiche diversioni nonsense.

Singapore svelata

Il Partito di Azione Popolare (PAP) governa Singapore da prima della sua indipendenza, ottenuta nel 1965; Lee Kuan Yew è stato il suo principale esponente, oltre che fondatore, ed ha servito come primo ministro per oltre trent’anni. L’11 settembre si sono tenute le elezioni politiche e il PAP è stato riconfermato con il 69% dei voti, trionfando con una maggioranza bulgara, conquistando 83 seggi su 89. A nulla sono serviti gli appelli di Amos Yee, che nell’ultimo mese ha concentrato tutti i suoi sforzi nel tentativo di convincere i concittadini singaporiani a votare qualsiasi altro partito pur di ostacolare lo strapotere del PAP. Contrariamente alle sue speranze, il partito è addirittura riuscito a riprendersi dallo scossone del 2011, in cui ha registrato il peggior risultato di sempre ottenendo “solo” il 60% dei voti.11102655_943905065642481_521922154123000765_n

Da piccolo villaggio di pescatori, Singapore è diventata rapidamente una delle città più ricche del mondo, con il terzo PIL pro capite. Piccola ma potente, la tigre asiatica ha uno dei livelli di corruzione più bassi ed è considerato uno dei mercati più liberi del pianeta. Nonostante fosse nato come partito socialista, il PAP ha modellato Singapore attraverso numerose riforme a favore del libero mercato, trasformando la città in una efficiente oasi capitalista. Tuttavia la libertà economica non è mai stata accompagnata dalla libertà politica: Lee Kuan Yew ha spesso usato la forza per prevalere sugli oppositori politici e lui stesso non ne ha mai fatto segreto. Il governo è sempre stato poco tollerante contro chi ha minacciato la propria supremazia e “l’armonia sociale” della città, con arresti e incarcerazioni senza processo e controllo quasi totale dei media. Il PAP ha messo le sue radici nel governo di Singapore, avendone guidato la crescita sin dalle origini, e non è azzardato sostenere che è stato il partito (o forse Lee Kuan Yew) a costruire lo stato e non viceversa. Le lingue più parlate sono l’inglese e il cinese mandarino, l’etnia maggioritaria è quella han che costituisce il 74% della popolazione, mentre i malesi e gli indiani sono rispettivamente il 13 % e il 9%. Colonia inglese dal 1819 ale 1959, Singapore è considerata punto di incontro tra la cultura individualista, positivista e capitalista della Gran Bretagna vittoriana e quella comunitarista, collettivista e organicistica tipica del confucianesimo; ne è nata una città-stato capitalista dalla ferrea disciplina, dove la “l’armonia sociale” è prioritaria rispetto alle libertà politiche della cittadinanza; i singoli possono operare e arricchirsi entro una cornice ben definita, senza però avere la possibilità di pregiudicare l’equilibrio del sistema. La storia di Amos Yee e il grande supporto che il partito ha ricevuto alle ultime elezioni ci dicono che un cambiamento non è alle porte e che gli stessi cittadini sembrano preferire lo status quo ad una società più libera.

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L’Europa futura: non crocevia di crisi ma protagonista globale (e il concorso farsa)

Raccontare l’Europa che vorrei non era tra le mie priorità; Il mio pensiero a riguardo non si discosta molto da quello del giovane europeo medio che sogna un’Europa federale. Ho scelto di tradurre le mie idee in parole dopo essere venuto a conoscenza di un concorso ideato dalla testata online eunews e dalla rappresentanza italiana nella Commissione Europea: in palio c’era un viaggio di due giorni a Bruxelles, grazie al quale avrei potuto visitare la sede del Parlamento Europeo. Sono europeista, mi interc58751f14fd9bbb347e5233b94250ba98909311cdaee14e2cf80fc7db1b427b3esso di politica a livello europeo e mi piace scrivere, oltre che viaggiare: perché non partecipare?
La lunghezza del testo deve essere tra le una e le due cartelle” diceva la pagina informativa, dove erano indicate le linee guida da seguire per partecipare al concorso. Ogni cartella equivale a 1800 battute, quindi il testo non poteva comporsi di più di 3600 battute. Ho scritto e ho controllato il numero di caratteri, scoprendo di aver superato il limite di ben 300 battute. Troppo lungo, andava tagliato. Il testo finale era composto da 3500 caratteri circa. Andava bene, poteva essere inviato.

E vennero annunciati i vincitori: la prima in classifica aveva scritto un saggio di 8400 battute, che corrisponde a circa cinque cartelle. Seguivano altri nomi, anche altri avevano superato il limite di 3600 battute. Non ho letto i contenuti, avranno anche realizzato dei capolavori, ma di sicuro non erano conformi alle regole. Per gli organizzatori quella era un’indicazione “non perentoria” e si sono scusati per essere stati “poco chiari”, sì, sono stati solo poco chiari, poco importa se hanno compromesso l’integrità dell’intero concorso. Tanto abbiamo tutti scritto dell’Europa che sogniamo; adesso credo che avrei dovuto parlare anche del mio desiderio di un’Europa senza concorsi farsa.

Di seguito, il testo inviato per il concorso.


Crocevia di crisi di riverbero mondiale, oggi l’Unione Europea si trova a fronteggiare il periodo più buio da quel 25 marzo del 1957, giorno in cui i sei padri fondatori concepirono la sua antenata. I decenni che ne sono seguiti hanno visto prendere forma quell’idea di unione economica a guida franco-tedesca, espressa qualche anno prima da Robert Schuman nella sua celebre dichiarazione, dalla quale poi avrebbe dovuto concretizzarsi una solida federazione europea. La condivisione del carbone e dell’acciaio, unita alla applicazione delle libertà fondamentali che sono alla base dell’acquis comunitario, ha reso Francia e Germania partner inseparabili, e dopo un secolo dalla terribile battaglia di Verdun è difficile immaginare una crisi capace di scalfire il loro pacifico rapporto; sono proprio i rispettivi ministri dell’economia, Macron e Gabriel che, alla luce della questione greca, hanno lanciato un importante monito: senza un’Europa sociale dotata di unione politica e fiscale, la strada che ci aspetta è lastricata di fallimenti; si tratta a mio giudizio di tasselli necessari per prevenire ulteriori crisi interne. La coppia Hollande-Merkel invece, si è resa diverse volte protagonista nell’ardua ricerca di soluzioni a crisi di portata continentale; entrambi hanno assunto un ruolo di primo piano sulla scena diplomatica, mettendo in ombra le deboli istituzioni europee. L’Unione già possiede il numero di telefono tanto agognato da Henry Kissinger, ma pochi ne terranno conto finché questa non assumerà una vera e propria forma statuale, con un proprio esercito, un unico governo ed una singola voce in politica estera: il sogno delineato nel Manifesto di Ventotene deve divenire realtà. Gli ultimi eventi, dall’enorme afflusso di rifugiati provenienti da sud alla crisi greca, hanno purtroppo svelato un’Unione disunita, forse più lontana che mai dal mio sogno federalista; le fiamme nazionaliste hanno ripreso a sfavillare, alimentate anche da misure di austerità che hanno sconquassato la credibilità dell’intero progetto europeo agli occhi di buona parte dei suoi cittadini, che ormai lo considerano mero strumento di riduzione del debito piuttosto che l’oasi di libertà e prosperità che molti di noi desiderano. La stessa libertà di movimento, consacrata nel villaggio di Schengen, è stata messa in discussione, nonostante sia a mio parere una caratteristica irrinunciabile se si vuole continuare la costruzione di un’Europa libera. L’Unione Europea dovrebbe percorrere la strada delineata dai ministri Macron e Gabriel, sospendere qualsiasi pratica destinata all’ingresso di ulteriori stati e approfondire qualitativamente, non quantitativamente, il suo progetto, continuando sulla strada della democratizzazione dei processi politici e delle istituzioni, soprattutto della Banca Centrale, rendendo più partecipe la popolazione attraverso giornate informative e permettendo a tutti gli studenti di partecipare al progetto Erasmus, con lo scopo di rafforzare l’identità europea; va inoltre abbandonata questa fede quasi religiosa nell’austerità regressiva e abbracciata con cautela una politica macroeconomica di ispirazione keynesiana, inaugurando un esteso programma di investimenti. Ma i passi più importanti vanno compiuti dagli stati membri, senza la cui cessione di sovranità l’Europa sarà destinata a rimanere in un limbo che non le permetterà di esprimere il suo potenziale di protagonista geopolitico che potrebbe e dovrebbe invece ricoprire nel panorama internazionale. L’Europa ha bisogno di un nuovo volto.

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È colpa dell’Unione Europea

L’ho criticata io, la sta criticando il mondo, ma dobbiamo tutti ricordarci che l’Unione Europea, o meglio, l’Europa occidentale, è l’unica luce in fondo al tunnel a cui stanno mirando migliaia se non milioni di persone in fuga dalle miserie della guerra. I paesi del Golfo voltano continuamente le spalle ai rifugiati, nonostante siano quelli culturalmente più vicini ai profughi e posseggano immense ricchezze. Il governo australiano sponsorizza campagne degne di uno stato che fa della xenofobia la sua principale dottrina, lasciando a marcire vite umane nei vicini mari, seguendo l’esempio dei piccoli paesi del sud asiatico; gli Stati Uniti restano immobili, volgendo gli occhi dall’altra parte e turandosi le orecchie; e ultimo ma non meno importante, gli stati dell’Est Europa stanno dimostrando di essere ben lontani dall’Europa della Libertà, Fraternità e Uguaglianza.

È ormai un dovere morale per l’europeo medio, spesso di sinistra, purtroppo, condividere immagini le cui stelle della bandiera dell’Unione Europea si trasformano in cadaveri, oppure in filo spinato; eppure la civiltà dell’Europa occidentale, quella che ha dato vita a questa Unione, è l’unica che si è attivata e si sta attivando per correre in aiuto di chi ha bisogno. Ci stiamo mettendo in discussione, le critiche corrono ovunque, si ragiona su come risolvere il problema e migliaia di volontari offrono le proprie case, ma siamo un’isola in mezzo ad un oceano ricolmo di egoismo e paura dell’altro, è in questa melma che principalmente affogano i rifugiati. Eppure noi siamo dipinti come i malvagi della situazione, quelli che lasciano i bambini siriani marcire sulle spiagge. La Commissione Europea sta lavorando per dividere equamente tra gli stati membri circa 120 mila persone, mentre in mare le navi europee corrono in soccorso. I nazionalismi e altri -ismi, sono complici nell’ostacolare una risposta comune ai terribili eventi di questi giorni, che sicuramente porterebbe migliori risultati. Nonostante questo, nelle immagini di critica non ci sono le facce di Salvini, Le Pen o Orbàn, ovvero la parte marcia di questa civiltà, ma la bandiera europea, il capro espiatorio del secolo per qualsiasi crisi colpisca questo continente.bansky-eu-message2

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Dex: videogioco cyberpunk dalla Repubblica Ceca

Dex è un videogioco di ruolo a scorrimento laterale di genere fantascientifico dal carattere distintamente cyberpunk. È stato prodotto dalla Dreadlocks Ltd, una piccola compagnia creata nel 2011 da un gruppo di studenti dell’Università Tecnica ceca di Praga. Nel gioco ci troviamo nei panni di una ragazza, Dex (soprannominata anche “Blue” per il colore dei suoi capelli) in fuga da un’organizzazione segreta. Sia il giocatore che la protagonista sono ignari della motivazione, ma ne verran2015-06-26_00001no a conoscenza con il proseguire della storia. L’avventura è ambientata in un futuro non definito ad Harbor Prime, una metropoli il cui luogo è anch’esso indefinito; ma facendo attenzione ad alcuni elementi di gioco, si possono ricavare diverse informazioni e fare alcune ipotesi: sembrerebbe che ci troviamo in una federazione (è possibile notarlo sbirciando una carta di identità di cui entreremo in possesso), probabilmente in Europa, data l’esistenza di una forza militare chiamata EuroForce. La città è divisa in quartieri, raggiungibili con un semplice click sulla mappa solo dopo averli esplorati. Il gioco, come la maggior parte degli RPG, è composto dalla storyline principale e da una serie di quest secondarie. È possibile accumulare punti esperienza per avanzare di livello e potenziare le proprie abilità. Il sistema di combattimento è molto semplice: gli scontri avvengono sia in mischia che con armi da fuoco (è anche disponibile un prototipo di arma laser), mentre gli attacchi hacker vengono eseguiti attraverso un mini gioco.

 

All’inizio della storia Dex dovrà sfuggire ad un gruppo di uomini armati che stanno per fare irruzione nel suo appartamento. Dopo un incontro indesiderato, grazie all’aiuto e alle indicazioni di un misterioso hacker, raggiungerà Fixer’s Hope, un locale frequentato da “cyberpunk” e hacker della città. Qui Dex verrà a conoscenza di Decker, proprietario del locale ed ex netrunner, ma scoprirà di non aver seminato i suoi inseguitori e sarà quindi costretta, sotto consiglio di Decker, a recarsi nel nascondiglio di Tony, altro hacker. D’ora in poi la piccola dimora di Tony fungerà da “quartier generale”. Blue dovrà affrontare il “Complex”, la misteriosa e potente organizzazione segreta che le sta dando la caccia, ma per riuscire nell’intento dovrà prima fare esperienza con l’hacking e potenziare il suo corpo attraverso innesti meccanici, come ad esempiodex_cover_dreadlocks le braccia artificiali, che aumentano i danni inflitti nei combattimenti in mischia, o le gambe artificiali, che permettono di compiere lunghi salti e raggiungere luoghi altrimenti inaccessibili. Il gioco è tutto sommato lineare, mentre nella parte conclusiva il giocatore sarà chiamato a compiere diverse scelte. Il finale invece prevede due opzioni.

Considerazioni

I disegni sono affascinanti e catturano quasi alla perfezione l’atmosfera cyberpunk che il gioco vuole rappresentare, soprattutto i luoghi interni che sono molto dettagliati: stanze buie, sporche, colme di cavi, computer e schermi; è un’ottima trasposizione videoludica del famoso binomio high tech/low life. Dal punto di vista videoludico, la grafica è piuttosto “antiquata”, ma non toglie nulla alla giocabilità, anzi, si adatta perfettamente al contesto. Il mini gioco pensato in occasione degli attacchi hacker è molto divertente, e rende il titolo ancora più piacevole. Il soundtrack , composto da brani che cambiano al variare del luogo, si addice all’ambientazione, nonostante alcuni stanchino quando ripetuti più volte. Coloro che hanno familiarità con la serie Deus Ex non potranno che constatare le similitudini (a partire dal titolo); in entrambe i videogiochi le Intelligenze Artificiali, la Rete e il potenziamento umano hanno un ruolo centrale, così come le organizzazioni segrete e le conseguenze delle proprie azioni, che in entrambi i titoli interessano l’intera umanità. Inoltre, anche Dex ha una sua anima stealth (ricordate i condotti di ventilazione?), seppur secondaria rispetto a Deus Ex, che però non è ben riuscita. Il sistema di caricamento, che entra in funzione quando si accede ad un altro luogo, non permette sempre di sfruttare l’elemento sorpresa, e ,quando ci si riesce, la brevità delle missioni rende l’approccio stealth meno appagante. Nonostante ci siano diverse quest secondarie, il gioco è poco longevo, data la brevità della storyline principale. Il maggiore punto debole del videogioco è la parte finale, forse troppo trascurata dagli sviluppatori; i finali infatti risultano banali nel loro svolgimento e soprattutto poco esplicativi, in quanto accompagnati da video brevissimi che non illustrano né l’impatto che le nostre scelte hanno avuto sul mondo di gioco né le sorti dei personaggi che ci hanno accompagnato lungo la storia.

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No, tu non sei di sinistra

No, non sei di sinistra se speri che il “Sì” trionfi al referendum del 5 luglio. E no, non sei “socialdemocratico”, se scrivi che scegliendo il “No” la Grecia “volterebbe le spalle all’Europa”. La domanda che verrà posta tra pochi giorni in occasione del referendum greco è chiarissima: vuoi accettare il piano di riforme redatto dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Commissione Europea e dalla Banca centrale? Qui il testo originale. Nel caso di una risposta positiva, ha promesso Tsipras, egli si recherebbe a Bruxelles in qualità di Primo ministro per firmare il piano, e molto probabilmente rassegnerebbe anche le dimissioni. Nel caso di vittoria del “No”, i greci dimostrerebbero il loro rifiuto alla ratifica dell’accordo; nulla di più, nulla di meno.troika-2 Eppure quando è stata annunciata la mossa di Tsipras, i principali leader europei, e il nostro Matteo non poteva mancare, hanno proposto una lettura del referendum piuttosto fantasiosa e non aderente alla realtà dei fatti: secondo loro il sì dimostrerebbe che i greci sono “a favore dell’Europa” e un “No” si tradurrebbe in un implicito e “irresponsabile” abbandono della divisa comune. In realtà non solo il popolo greco dovrà decidere esclusivamente se accettare o no un programma di riforme, come detto più su, ma nei Trattati dell’Unione Europea non esiste alcun riferimento all’abbandono dell’Euro da parte degli stati membri, quindi non ci sarebbe alcun motivo valido per espellere la Grecia dell’Eurogruppo; Varoufakis ha annunciato che se dovesse accadere una cosa simile, farebbe ricorso alla Corte di Giustizia europea. Esiste invece un articolo del Trattato sull’Unione Europea che dimostra quanto l’operato della troika in Grecia sia completamente in antitesi con quelli che sono i valori fondanti dell’Unione:

Articolo 9 del Trattato sull’UE: “Nella definizione e nell’attuazione delle sue politiche e azioni, l’Unione tiene conto delle esigenze connesse con la promozione di un elevato livello di occupazione, la garanzia di un’adeguata protezione sociale, la lotta contro l’esclusione sociale e un elevato livello di istruzione, formazione e tutela della salute umana.

Stiamo parlando di una delle fonti primarie dell’Unione. E invece cosa prevede il programma di riforme della troika? Alcuni punti, come la lotta all’evasione fiscale e la riforma del sistema giudiziario, accontentano tutti, anche il governo “radicale” attualmente al potere; tuttavia, vengono proposti anche aumenti dell’IVA sui beni di prima necessità e agli hotel (motori dell’economia greca), privatizzazioni e tagli ai sussidi destinati ai contadini; in un paese allo stremo, dove la disoccupazione è alle stelle, la disuguaglianza economica è in crescita e una parte consistente della popolazione non ha la possibilità di permettersi le cure di cui necessita o di pagare le bollette, un programma del genere dovrebbe essere respinto con fermezza da chi si dichiara di sinistra e crede in un’Europa davvero unita e più attenta alle disuguaglianze. Invece stiamo assistendo ad una tragica commedia che ha dell’incredibile: Il Partito dei Socialisti e Democratici Europei sta suggerendo ai greci di votare “Sì”, scegliendo di schierarsi con le istituzioni che da anni stanno imponendo riforme responsabili dell’impoverimento delle classi meno abbienti e che per di più si sono dimostrate fallimentari e inefficaci. E non è tutto: nonostante il chiaro appoggio, questi “socialisti” continuano a dichiararsi pubblicamente contrari alle misure di austerità._69696114_154440047

In quest’area dello spettro politico europeo solo la Gioventù Socialista Europea, gruppo figlio del PSE, si è schierato a favore de “No”, ma quando questo ha annunciato la sua scelta sulla sua pagina Facebook, è stato fortemente criticato da alcuni sostenitori. Ho discusso con un ragazzo greco che si lamentava del sostegno verso il “No” e le sue argomentazioni mi hanno lasciato esterrefatto: nonostante sia contrario all’austerity, non avrebbe votato contro il programma perché anche i neonazisti di Alba Dorata e i comunisti anti-Euro dell KKE avrebbero votato in questo modo, e continuava a ripetere, sbagliando, che il “No” avrebbe voluto dire “No” all’Unione Europea. È un po’ come votare contro una legge che prevede una tassa sui beni di lusso solo perché anche Forza Nuova è a favore. Mi dispiace ma no, non sei di sinistra. Attualmente è in atto una grande battaglia politica tra l’Europa liberal-conservatrice e l’Europa che vuole maggiore giustizia sociale, inutile dire che la troika rappresenta la prima e purtroppo i “socialisti” del PSE stanno dimostrando non di combatterla, ma di sostenerla. Nonostante io non condivida alcune sue posizioni e sia più moderato, in questa battaglia sostengo il Partito della Sinistra Europea, incarnato principalmente in Tsipras, perché è uno dei pochi che sembra davvero intenzionato a cambiare l’Unione per evitare la sua implosione; non vuole affatto distruggerla come dice qualcuno. La guida conservatrice dell’Unione Europea, con la sua predilezione ai tagli e la sua paranoia dell’inflazione, sta facendo tornare a galla nazionalismi ed estremismi di vario tipo che non possono far altro che spingere sempre più lontano la possibilità di una maggiore integrazione europea. Che strada vogliamo scegliere?

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E se l’Islam fosse incompatibile con i valori laici del vecchio continente?

Sabato 10 gennaio la comunità islamica di Milano ha manifestato per condannare pubblicamente l’atto terroristico che ha causato la morte di alcuni redattori del settimanale satirico Charlie Hebdo. Un giornalista de Il Fatto Quotidiano si è recato in loco ed ha intervistato alcuni musulmani chiedendogli se la religione potesse essere oggetto di derisione; i quattro interpellati hanno dato risposta negativa, affermando che dovrebbero essere posti dei limiti alla satira affinché questa non si prenda gioco della religione. Un ragazzo ha auspicato una maggior coscienza reislam-prayerligiosa tra i giovani italiani, poi ha affermato, con un fare apparentemente cospirazionista, che quanto successo non avesse nulla a che fare con la religione.
Il 17 gennaio un altro reporter si è recato nei pressi della Moschea di Roma per raccogliere i pareri dei musulmani riguardo alla copertina del nuovo numero di Charlie Hebdo raffigurante Maometto in prima pagina, e anche gli intervistati dell’Urbe si sono schierati contro la satira religiosa. “Non hanno capito nulla“, ha detto un uomo, “continuano a provocare, offendono il Profeta, la nostra religione, il governo francese dovrebbe fermare la pubblicazione”. Nonostante rispondere con la censura significherebbe ovviamente arrendersi alla violenza e rinunciare a valori che sono parte della nostra civiltà, molti preferiscono individuare il problema nei vignettisti e non negli attentatori: “I terroristi hanno sbagliato, ma…“. Un ulteriore passo verso la colpevolizzazione delle vittime è stato fatto in una dichiarazione dell’amatissimo Papa Francesco, secondo cui sarebbe assolutamente “normale” reagire con un pugno se la propria madre dovesse essere oggetto di offese. Non dobbiamo stupirci, infatti, se questa frase è stata utilizzata da alcuni musulmani per difendere l’operato degli attentatori. Tale dichiarazione ha suscitato perlopiù ilarità tra l’opinione pubblica, ma solo pochi hanno compreso, o hanno voluto comprendere, il messaggio contenuto al suo interno, un messaggio che colpevolizza la vittima (Charlie Hebdo), anzichè il carnefice (I fratelli Kouachi) e che si traduce in una piccola dichiarazione di guerra al mondo laico e alla libertà di espressione.25782FF900000578-2944946-A_young_boy_was_among_those_carrying_placards_saying_Insult_My_M-a-25_1423433941837 La vittima è diventa artefice della propria sventura: una ragazza indossa abiti succinti? Sarà colpa sua se un giorno o l’altro dovesse essere violentata. Charlie Hebdo ha preso in giro Maometto? È colpa sua se metà della redazione è stata massacrata. Insomma, i vignettisti se la sono cercata.

Sono state moltissime le voci di condanna che si sono levate dal mondo islamico nei confronti del terrorismo, nello stesso tempo, però, voci più baldanzose hanno attaccato anche la satira elevandola a complice delle violenze. Nel mondo migliaia di credenti si sono riversati nelle strade per opporsi con fermezza alla libertà di espressione, il malefico strumento “terrorista” dell’Occidente, e per dimostrare la propria vicinanza alle vere “vittime”: i fratelli Kouachi. In Niger sono state bruciate delle chiese, in Cecenia ha avuto luogo la manifestazione più consistente, con circa 800mila partecipanti, mentre in Pakistan alcune persone hanno dato alle fiamme la bandiera francese. A Copenhagen due attentati, messi in atto da cittadini danesi di religione musulmana, hanno causato due vittime, una delle quali uccisa durante il convegno intitolato “Arte, blasfemia e libertà di parola“, ideato in seguito all’attentato di Parigi.
Ma il “problema” che vorrei portare alla luce non riguarda solo il terrorismo. È evidente che 1,6 miliardi di persone (il numero approssimativo di musulmani nel mondo) non possono essere chiamate “terroriste” per gli atti perpetrati da una piccola minoranza, tuttavia, seguendo un approccio olistico, sostengo che quella islamica può essere considerata la religione meno conciliabile con l’ordine sociale attualmente esistente in Europa, soprattutto nei paesi settentrionali e occidentali del continente.Scontri Pakistan

Prima di quest’anno l’islam aveva già inferto altri colpi alla libertà di espressione in Europa; nel 2007 l’artista svedese Lars Vilks pubblicò una vignetta raffigurante Maometto sotto forma di cane, questo suscitò una grandissima ondata di sdegno presso la comunità islamica svedese, sdegno che si ripercuote ancora oggi sotto molteplici forme, violente e non. Vilks ricevette numerose minacce di morte e la polizia fu costretta a metterlo sotto protezione. Centinaia di musulmani protestarono di fronte alla sede del giornale che aveva pubblicato la vignetta, e i redattori furono anch’essi messi sotto scorta. Nel 2010, l’artista fu nuovamente minacciato e attaccato verbalmente da alcuni musulmani, questa volta per avere mostrato immagini pornografiche durante una conferenza tenuta all’Università di Uppsala; nel frattempo dall’altra parte del mondo, in Malaysia, un gruppo di credenti furiosi bruciava la bandiera svedese. Vilks era presente al convegno tenutosi a Copenhagen il 14 febbraio e si pensa che fosse egli il vero bersaglio degli attentatori.SignFreedomExpressionGoToHell
Libertà di espressione e fede sono andate raramente d’accordo, ma se in Europa l’anima cristiana e quella laica hanno trovato un certo equilibrio, questo è stato messo in discussione dall’Islam.

Il mondo cristiano, seppure con le sue notevoli differenze interne, ha vissuto, e sta ancora vivendo, un lento processo di separazione tra Stato e Chiesa; la Riforma Protestante ha messo in discussione dogmi e pratiche della dottrina Cattolica, che si è a sua volta evoluta, modernizzata, ed ha in qualche modo abbracciato, seppur timidamente, il progresso civile. La Rivoluzione Francese ha dato un’importante spinta alla secolarizzazione del continente, e oggi alcuni paesi, piuttosto che altri, possono dirsi laici; i cittadini francesi non protestano contro la libertà di espressione se Charlie Hebdo pubblica una vignetta raffigurante Padre e Figlio nel mezzo di un amplesso. Storicamente nel mondo islamico la sfera politica, civile e quella religiosa sono state saldamente intrecciate e si sono spesso sovrapposte, si pensi all’Ayatollah Ali Khamenei, nello stesso tempo principale figura politica e leader spirituale dell’Iran. La religione è legge, lo stato è religione, ciò non ha permesso alla società civile di emanciparsi dall’ortodossia religiosa.
Questo non vuol dire, però, che l’Occidente cristiano sia diventato blasfemo e miscredente o che la dimensione religiosa abbia perso la sua importanza. In molti paesi di fede cristiana esistono ancora leggi che puniscono la blasfemia, e in alcuni il sacrilegio può essere punito con l’arresto. Tuttavia, solo in paesi di fede musulmana il mancato rispetto dei dettami religiosi può tradursi in una condanna a morte. Diversi stati in Europa hanno legalizzato il matrimonio tra omosessuali, alcuni hanno legalizzato l’eutanasia e il suicidio assistito, l’aborto è consentito quasi ovunque, mentre è ormai generalmente accettato in tutta Europa avere relazioni sessuali all’infuori del vincolo matrimoniale. Si tratta di libertà individuali che non avrebbero alcuna possibilità di essere legalizzate in una società in cui vige la Sharia, soprattutto nelle sue interpretazioni più conservatrici, come quella wahabita. Alcuni studi condotti tra cittadini musulmani dell’Europa occidentale mostrano dati piuttosto scoraggianti, ma non sorprendenti: secondo un sondaggio della compagnia Gallup, su cinquecento cittadini inglesi di fede musulmana nessuno considera gli atti omosessuali come moralmente accettabili, mentre le relazioni sessuali all’infuori dei vincoli del matrimonio sono considerate legittime solo dal 3% degli intervistati. I dati variano sensibilmente per quanto riguarda la Francia, dove le relazioni sessuali tra persone non sposate sono accettate dal 48% degli interpellati di fede musulmana, mentre in Germania dal 27%.screen-shot-2013-12-09-at-6-26-45-pm I dati mostrano che i musulmani francesi sono più “liberali” di quelli inglesi e tedeschi, forse grazie a politiche di integrazione più efficienti, ma la maggioranza è ancora profondamente conservatrice.
Un altro studio condotto dal Centro di Scienze Sociali di Berlino (WZB) dal 2008 al 2013, ha constatato che il 65% degli abitanti turchi e marocchini di sei paesi dell’Unione Europea (Austria, Belgio, Germania, Francia, Olanda e Svezia) ritiene più importanti i precetti religiosi islamici rispetto alle leggi democratiche del paese in cui vive, il 60% non vorrebbe amici omosessuali e il 45% non si fiderebbe di un ebreo. Le ultime due domande sono state poste anche alla popolazione non musulmana, le cui percentuali sono rispettivamente il 10% e l’8%.

I musulmani europei sono circa 46 milioni, ovvero il 6% della popolazione, e l’Islam è attualmente la religione con il tasso di crescita più elevato, soprattutto nelle regioni occidentali e settentrionali del continente. Il think thank americano PewResearchCenter ha previsto che entro il 2030 i musulmani comporranno l’8% della popolazione totale e che la percentuale della popolazione islamica sarà destinata a crescere in modo decrescente nel corso degli anni, sia a causa del tasso di fertilità in calo, sia di una riduzione dell’immigrazione verso l’Europa. Tuttavia, lo studio è stato condotto poco prima dell’avvento delle cosiddette Primavere Arabe, quando i loro effetti sui flussi migratori non erano ancora prevedibili; negli ultimi anni questi flussi sembrano essere notevolmente incrementati. Dall’altro lato, il tasso di crescita della popolazione europea non musulmana è già negativo e continuerà ad esserlo almeno fino al 2030.

Muslim_pop_EuroLungi da me dal parlare di “islamizzazione” dell’occidente e di “invasione” come sono soliti fare i leader dell’estrema destra europea, va considerato che l’incremento di cittadini musulmani, soprattutto nei paesi dell’europa occidentale e settentrionale, potrebbe ulteriormente minacciare i principi liberali lì costituiti, radicati ma nello stesso tempo molto fragili. In “Sottomissione“, libro dello scrittore francese Michel Houllebecq, la Francia del 2022 assiste alla vittoria elettorale del partito “Fratellanza Musulmana” e alla scalata al potere del suo leader Mohammed Ben Abbas che sostituisce il corpus giuridico dello stato con quello della Sharia. Lo scenario delineato è irrealistico e altamente improbabile, forse volutamente provocatorio, tuttavia sappiamo che la popolazione musulmana è in crescita, e in un lontano futuro questa potrebbe assumere un peso politico abbastanza rilevante da poter influenzare le politiche nazionali e quelle europee attraverso i comuni mezzi democratici, mettendo in discussione una serie di diritti che attualmente diamo per scontati. Una tacita alleanza religiosa tra fervidi credenti di diverse fedi potrebbe rallentare la conquista di libertà individuali, che finirebbe inevitabilmente per danneggiare la parte laica della società. Il tempo verbale condizionale, utilizzato anche nel titolo, non è stato scelto casualmente:

1) Il numero di musulmani potrebbe non divenire tanto rilevante da costituire un pericolo per il mondo laico.
2) L’Islam potrebbe assistere ad un periodo riformista simile a quello esperito dall’occidente (anche se alcuni nutrono forti dubbi)
3) Efficienti politiche di integrazione e di educazione al vivere civile, al rispetto della libertà altrui e ai principi laici, potrebbero dipanare le differenze esistenti tra l’Europa liberale e laica e la comunità islamica, generalmente più conservatrice.

L’esistenza incontrastata di banlieu, ghetti e comunità musulmane isolate dal resto della società civile e abbandonate dalle istituzioni, non faranno altro che alimentare questa forbice che porterà inevitabilmente al fallimento del multiculturalismo. Se poco più di un quarto dei musulmani britannici ha simpatizzato per i fratelli Kouachi, forse non stiamo andando nella giusta direzione. L’Islam è compatibile con i valori occidentali? Nì. La religione è interpretazione; analizzando l’Islam nel suo insieme appare chiaro che vi siano enormi differenze tra la civiltà occidentale e quella islamica. Tuttavia, l’approccio olistico ha i suoi limiti e mette in ombra i successi dell’integrazione che ha visto protagonisti molti individui, ma, almeno per ora, non l’intera comunità.

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Cosa è il TTIP: più di un trattato di libero scambio

Dalla seconda metà del diciannovesimo secolo il percorso del commercio mondiale è stato lastricato di grandi e piccoli accordi internazionali, bilaterali e multilaterali, che hanno tacitamente costruito e poi infittito il sostrato della rete di scambio globale. Sebbene, però, la stagione dei free trade agreements fosse già stata inaugurata il secolo precedente, (si pensi allo storico accordo anglo-francese Cobden-Chevalier del 1860) è negli anni ’40 del ‘900, principalmente con l’accordo Generale sulle Tariffe e sul Commercio (GATT), che vengono gettate le basi per la creazione di un ordine internazionale del commercio e si assiste alla nascita di istituzioni internazionali incaricate di promuovere, regolare e salvaguardare il libero scambio tra stati (Organizzazione Internazionale del Commercio, Organizzazione Mondiale del Commercio etc.).
In questi anni si stanno svolgendo le trattative per la siglatura del Trans-Atlantic Trade and Investiment Partnership (TTIP), considerato “il più grande accordo commerciale della storia“. L’Accordo Transatlantico sul Commercio e l’Investimento è un trattato bilaterale in corso di negoziato che coinvolge le due economie più grandi del pianeta, gli Stati Uniti e l’Unione Europea (sommate, costituiscono il 45% del PIL mondiale); Se firmato, quest’accordo garantirebbe la nascita del mercato unico più grande del mondo. Le discussioni sul trattato si tengono da più di un decennio, ma solo nel 2013 il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama e l’ex Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso hanno dato il via ai negoziati. Nonostante il loro contenuto sia accessibile esclusivamente ai mediatori delle parti contraenti, alcuni giornali sono riusciti ad ottenere diverse informazioni e a renderle di pubblico dominio; si tratta di bozze riguardanti solo pochi dei numerosi meccanismi e aspetti che il trattato andrà a tangere, modificare o implementare. L’Unione Europea invece, ha pubblicato un documento contenente le linee guida sulle quali il TTIP sarà strutturato.
Ecco cosa sappiamo:

Il Trattato prevede l’eliminazione, da parte di entramttip-nobe le parti, dei dazi doganali applicati sulle merci (attualmente già molto bassi) e delle barriere non tariffarie, ovvero quei vincoli di carattere non fiscale imposti ai beni provenienti da un mercato estero che ne impediscono o ne limitano il commercio in un determinato spazio economico. Oltre ad una generale armonizzazione delle normative, è prevista la liberalizzazione dei servizi (tranne quelli audiovisivi) e quella dei mercati degli appalti e dei servizi pubblici, che permetterà alle aziende americane e quelle europee di poter operare sul mercato straniero a parità di condizioni delle aziende nate e stabilite in quel territorio. Per quanto riguarda gli investimenti, il Trattato mira a implementare le tutele destinate agli investitori stranieri; a tal fine, l’accordo prevede l’adozione dell’Investor State Dispute Settlement (ISDS), uno strumento già utilizzato presso alcune aree di libero scambio. L’ISDS costituirà un tribunale indipendente al quale le imprese potranno appellarsi per citare in giudizio lo Stato se riterranno che questo abbia attuato politiche che ostacolano la propria attività imprenditoriale. I tribunali sono composti da tre giudici, uno scelto dalla compagnia, un secondo nominato dal governo e un terzo, scelto da entrambe. Se non vi è accordo tra le due parti sulla scelta del terzo giudice, questo viene nominato dalla Banca Mondiale.
Una disputa celebre tra gli studiosi di diritto del commercio internazionale ha come protagonista la compagnia produttrice di tabacco Philip Morris, che ha recentemente fatto causa al governo uruguayano per aver aumentato la dimensione dell’avviso di pericolosità per la salute presente sui pacchetti di sigarette e aver adottato altre misure che ne limitano la vendita. Dalla nascita del Trattato di libero scambio nordamericano (NAFTA), il Canada è lo stato che ha affrontato il più alto numero di cause da parte di colossi dell’industria e fino ad ora ha perso circa 168 milioni di dollari, oltre al denaro destinato alle spese legali.

A sottolineare gli aspetti positivi del TTIP vi sono diversi think tank e centri di ricerca, oltre a diversi economisti. Alcuni studi economici, come quello del Center for Economic Policy di Londra e dell’Aspen Institute, sostengono che il trattato incrementerebbe il volume degli scambi del 28% e che le famiglie europee percepirebbero ulteriori 545€ all’anno (alcune associazioni criticano la ricerca del Center for Economic Policy perché tale centro è finanziato principalmente da grandi banche internazionali). L’accresciuta concorrenza tra le imprese europee e quelle statunitensi, inoltre, favorirebbe l’innovazione e lo sviluppo tecnologico. La 1d632a1dabd51a0c60a6f93794acc2cf72dbdc4ff193796fb917c034Commissione Europea ha stimato un aumento del PIL dell’UE dello 0,5% e il commissario al commercio Karel De Gutch sostiene che entrambe le parti gioverebbero della creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Il vice ministro allo sviluppo economico del governo italiano Carlo Calenda ha auspicato che il negoziato venga concluso al più presto, così da intercettare gli investimenti stranieri che altrimenti verrebbero destinati ai paesi del Pacifico con i quali gli Stati Uniti stanno negoziando un trattato simile (Trans-Pacific Partnership).

Molte, però, sono le voci contrarie che si levano dalla società civile e non solo. Innanzitutto, il negoziato, sottolineano diverse associazioni, necessita di maggior trasparenza. Né il Congresso degli Stati Uniti né il Parlamento Europeo, che rappresentano rispettivamente i popoli degli USA e dell’UE, hanno accesso ai documenti. In secondo luogo, queste fanno notare che l’abbattimento delle barriere non tariffarie minerebbe gli standard di sicurezza europei inficiando la qualità degli alimenti e la protezione dell’ambiente su cui l’Unione Europea ha stabilito regole molto severe, al contrario degli Stati Uniti; è quindi ipotizzabile che si assisterà ad un’involuzione degli standard europei e a un avvicinamento a quelli meno sicuri fissati dai nostri alleati d’oltreoceano. Un esempio è il principio di precauzione adottato dall’Unione Europea, secondo cui un prodotto, prima di essere immesso sul mercato, deve essere attentamente testato al fine di valutarne gli eventuali rischi per il consumatore; negli Stati Uniti questo procedimento non è sempre garantito. Dal punto di vista della concorrenza, si sostiene che l’apertura del mercato europeo alle multinazionali americane metterebbe in pericolo la sopravvivenza delle piccole e medie imprese che si troverebbero a competere sul mercato in condizioni di grande sfavore, proprio come successo agli agricoltori messicani in seguito alla firma del North American Free Trade Agreement, il quale, inoltre, dopo venti anni dalla sua ratifica ha causato negli USA un’ingente perdita di posti di lavoro e una riduzione dei salari in alcuni settori. Ma l’adozione dell’ISDS è uno degli aspetti del TTIP che preoccupa maggiormente i suoi detrattori. Scott Sinclair, un analista del Canada Center for Policy Alternatives, ha denunciato l’antidemocraticità di tale strumento: “Abbiamo questi giudici completamente deresponsabilizzati che si occupano della cosa pubblica. Perché le industrie dovrebbero poter bypassare il sistema giudiziario nazionale?”. Oltreoceano, gli oppositori britannici al TTIP temono che l’ISDS possa mettere a rischio il Sistema Sanitario Nazionale in quanto le compagnie sarebbero legittimate a fare causa al governo se questo dovesse decidere di nazionalizzare le parti del servizio che attualmente sono in mano agli investitori privati.nhslogo
Al fine di contrastare la sottoscrizione del TTIP (e anche del CETA, l’accordo bilaterale con il Canada), più di 380 associazioni europee hanno avviato una campagna congiunta di opposizione utilizzando lo strumento dell’European Citizens’ Initiative. Nonostante la Commissione abbia giudicato inammissibile la petizione dal punto di vista giuridico, fino ad ora più di un milione e mezzo di cittadini europei provenienti da tutti e 28 gli stati membri hanno posto la propria firma. Ad esprimere la propria contrarietà a tale trattato anche Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001, che nel settembre dello scorso anno ha tenuto un discorso di fronte ai membri del Parlamento Italiano: “Con l’accordo che firmerete, o meglio, con l’accordo che gli USA vogliono che voi firmiate, rinuncerete al diritto di proteggere i vostri cittadini“.

Articolo pubblicato su Terza Pagina

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