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Riflessioni su Euromaidan e la crisi ucraina

Dmitri Trenin, direttore del Carnegie Moscow Center, ha definito la crisi ucraina “forse il peggior punto della storia Europea dalla fine della Guerra Fredda”. Pochi eventi sul territorio europeo, dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, hanno portato a livelli di tensione internazionale così elevati; tra questi la guerra del Kosovo nel 1996 e la più recente guerra russo-georgiana del 2008, entrambe genitrici di migliaia di vittime militari e civili. Da un punto di vista di perdite umane questi conflitti sono stati sicuramente i più gravi. Tuttavia, sia per gli interessi in ballo, sia per il numero e l’importanza geopolitica dei protagonisti, l’attuale crisi per gli equilibri internazionali sembra essere potenzialmente più pericolosa di quanto non lo siano stati i conflitti degli anni precedenti.

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La situazione attuale vede la Crimea (regione peninsulare a sud dell’Ucraina) annessa alla federazione Russa in seguito ad un referendum plebiscitario. Secondo una recente votazione dell’Assemblea Generale dell’ONU solo 11 paesi nel mondo riconoscono legale il referendum mentre 58 si sono astenuti e i restanti 100 non riconoscono la secessione. Gran parte dei soldati utilizzati nel controllo del territorio erano già di stanza nella regione come previsto da un accordo stretto tra Russia e Ucraina, mentre altri sono giunti dalla Russia dopo l’autorizzazione del Consiglio Federale alla richiesta di intervento di Putin. Secondo alcune fonti ci sarebbero alcune migliaia di soldati russi schierati oltre il confine orientale dell’Ucraina. La situazione è abbastanza tesa: Il neo-presidente ad interim Turčinov ed il Primo ministro Yatsenyuk insediatisi al governo dopo il “colpo di stato” ritengono che quella russa sia stata una vera e propria invasione e che il referendum non abbia alcuna validità; l’esercito ucraino è stato costretto dai militari russi ad abbandonare la Crimea. L’occidente non ha dimostrato di avere un linea diplomatica forte, soprattutto l’Unione Europea si è dimostrata piuttosto debole non essendo riuscita a dare una risposta unitaria a quanto successo.

Qui sotto dedicherò alcune righe ad un breve riassunto sull’origine della questione ucraina, in modo tale da mettere cronologicamente in ordine gli eventi e sistematizzare la mole di informazioni che abbiamo acquisito nelle ultime settimane. [Fonte principale: Il Post]

L’inizio di #Euromaidan

La serie di manifestazioni (chiamata Euromaidan) in Ucraina è nata in seguito alla mancata firma da parte del Presidente Yanukovic dell’accordo di associazione¹ con l’Unione Europea. Ciò ha scatenato la reazione di una parte della popolazione che il 21 Novembre 2013, in parte guidata dai leader dei partiti dell’opposizione, si è precipitata nelle strade di Kiev ed ha protestato contro la decisione del governo mettendo in mostra bandiere ucraine e dell’UE e urlando diversi slogan antigovernativi o a favore dell’Europa. Con il passare dei giorni il numero dei partecipanti alla manifestazione è aumentato raggiungendo, secondo i leader dell’opposizione, le 500 mila presenze² chiedendo le dimissioni di Janukovic e il ritorno alle elezioni; Nel frattempo il leader del partito di centro-destra europeista “Patria” Arsenij Jacenjuk ha tentato attraverso metodi più convenzionali, ma senza successo, di sfiduciare il governo con una mozione. La protesta ha avuto luogo principalmente a Maidan Nezalezhnosti (in italiano Piazza Indipendenza)³ che in seguito è divenuta simbolo della manifestazione. Il governo ha prontamente schierato le forze speciali Berkut per contrastare l’avanzata dei manifestanti che hanno successivamente formato barricate e occupato palazzi governativi.
Avvenimento di grande rilevanza simbolica è stata la distruzione a colpi di martello di una statua di Lenin ad opera di uomini a viso coperto, quasi sicuramente membri di gruppi di estrema destra. Questo è un evidente segno dell’esistenza in alcuni ucraini di un odio viscerale nei confronti della Federazione Russa sotto le quali vesti si nasconderebbero ancora le mire imperialiste e accentratrici di quella che un tempo fu l’Unione Sovietica. Durante i primi giorni di Dicembre la polizia ha cominciato a mostrarsi più aggressiva smantellando le barricate erte dai manifestanti in Piazza Indipendenza e sferrando attacchi con manganelli e cannoni d’acqua. I manifestanti si sono difesi con il lancio di pietre, oggetti contundenti di ogni tipo e soprattutto molotov, anch’esse divenute in qualche modo simbolo di Euromaidan. Intanto vari esponenti dell’Unione Europea e il Segretario di Stato John Kerry hanno ammonito Yanukovic dopo aver utilizzato la forza per contrastare la ribellione. Janukovic ha poi tentato la strada del compromesso con gli oppositori politici, ma i leader dell’opposizione, soprattutto l’ex pugile Vitalij Klyčko guida del partito liberale Udar, hanno rifiutato, adducendo agli ingiustificabili e violenti tentativi di sgombero utilizzati dal governo attraverso le truppe Berkut.

Dopo un breve periodo di relativa pace in piazza, le proteste sono riprese con veemenza gli inizi di Gennaio in seguito all’approvazione di una legge che autorizzava a punire severamente chiunque protestasse, anche pacificamente. Questa legge è stata definita repressiva dall’UE e gli USA. Sono ripresi gli scontri con la polizia che questa volta hanno causato centinaia di feriti da entrambe le parti; il giorno dell’entrata in vigore della legge la situazione è peggiorata. Verso la fine di Gennaio si sono cominciati a registrare i primi morti e sul web sono comparsi video di manifestanti maltrattati dalla polizia, intanto i leader di Patria e Udar hanno rifiutato rispettivamente i posti di primo ministro e vice primo ministro offerti da Yanukovic a patto che cessassero le manifestazioni. Invece di estinguersi, le manifestazioni sono scoppiate in altre città del paese, principalmente nella parte centrale ed occidentale dell’Ucraina e in alcune di queste sono stati occupati edifici istituzionali. Dopo alcuni giorni la legge che riduceva le libertà di manifestazione è stata abolita e il primo ministro Mykola Azarov si è dimesso, ma i manifestanti hanno perseverato. A causa degli scontri si sono cominciati a registrare i primi morti, nella notte tra il 18 e il 19 Febbraio si suppone siano morte 25 persone e che più di 200 siano state ferite, i giorni successivi gli scontri si sono fatti ancora più violenti e le parti in “guerra” hanno iniziato ad usare armi da fuoco oltre le molotov, i lacrimogeni e le pietre. Alcune fonti hanno parlato di più di 100 morti. In Europa gli stati più attivi nella risoluzione della crisi sono stati Francia, Germania e Polonia i cui ministri degli esteri si sono riuniti con i capi dell’opposizione e con il presidente Janukovic per una tregua, gli altri ministri degli esteri, alcuni esponenti dell’EU e gli USA hanno considerato “possibili sanzioni”. Tramite la mediazione degli stati sopracitati, governo e opposizione sono riusciti a raggiungere un accordo: la Costituzione del 2004 (che da maggiori poteri al Parlamento) è stata ripristinata, è stata deliberata un’amnistia per le persone arrestate durante le manifestazioni, si è formato un nuovo governo e sono state pianificate nuove elezioni per il 25 Maggio. In Parlamento è stata poi approvata una legge che ha consentito la scarcerazione di Yulia Tmosenko. L’ormai ex presidente è fuggito da Kiev, ma continua tutt’ora a considerare la sua carica legittima nonostante sia ricercato per strage di massa e molti uomini del suo partito gli abbiano voltato le spalle accusandolo anch’essi di quanto successo negli ultimi mesi.

La mia posizione sulla faccenda è esplicata qui di seguito

La natura ideologica dei protagonisti di Euromaidan è stata (e lo è ancora) oggetto di dibattito tra coloro che hanno seguito i fatti ucraini con interesse, ma anche tra coloro che trattano l’argomento con le solite “chiacchiere da bar” e si schierano o dalla parte dell’occidente oppure dalla parte della Russia basandosi sui prestigiosi articoli letti su VoxNews⁴ o sugli autorevoli servizi mandati in onda da Studio Aperto. Il clima attuale nel mondo delle opinioni sulla crisi ucraina è da guerra fredda: molti sostenitori dell’una e dell’altra parte esprimono la loro visione bianca o nera della vicenda come farebbero in una disputa sportiva. Pillola rossa o pillola blu. Viva Putin o Viva la libertà (la NATO).

Personalmente credo che nella questione ucraina possano essere individuate due fasi, l’una avente come centro degli eventi la rivoluzione di Piazza Indipendenza e l’altra, quella attuale, con i riflettori del mondo puntati sulla Crimea. Ovviamente le cose sono strettamente intrecciate, ma ci sono variazioni significative dal punto di vista della diplomazia internazionale.
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Vorrei inaugurare questi miei “appunti” di riflessione su Euromaidan e la crisi ucraina partendo dagli attori che hanno animato la protesta sin dall’inizio. Innanzitutto va detto che manifestanti non possono essere definiti “nazisti o “fascisti”, si tratterebbe di una generalizzazione piuttosto azzardata, già adottata dalla propaganda russa e filorussa soprattutto in queste ultime settimane. Va anche scartata l’ipotesi secondo cui Euromaidan sarebbe stata in parte finanziata dagli USA o dalla NATO o che sia stata addirittura una messinscena; questa teoria è effettivamente verosimile, considerando gli interessi che l’Occidente avrebbe in un’Ucraina lontana dall’influenza russa (e considerando che gli Stati Uniti hanno spesso agito in questo modo), ma non ci sono prove che dimostrino ciò: il malcontento popolare è reale. I manifestanti hanno agito uniti per conseguire un obiettivo comune, ma ideologicamente non sono e non erano affatto omogenei, tra di loro vi erano diverse “correnti”: tra le file più aggressive vi erano innanzitutto i militanti di Svoboda, Pravi Sector, Splina Sprava e altri movimenti di estrema destra , poi i sostenitori dei partiti di centro destra più europeisti come Patria e UDAR. Non va sottovalutata anche la presenza di cittadini apartitici, secondo me tra i gruppi più numerosi. Il fotografo russo Ilya Varlamov ha descritto così la rivolta in piazza Indipendenza: “A Kiev ci sono tutti e tutti insieme: potete vedere tifosi di calcio, pensionati, impiegati. Un’amabile signora versa liquido incendiario nelle bottiglie molotov dei nazionalisti, il manager di una grande azienda sta portando rifornimenti a uno studente.”

È importante sottolineare che Euromaidan non rappresenta la voce di tutto il popolo ucraino: altre regioni del paese sono popolate da maggioranze russofone e filorusse; queste alle ultime elezioni hanno contribuito in modo decisivo alla vittoria del Partito delle Regioni⁵, tradizionalmente filorusso e legato territorialmente a determinate regioni del paese (da come si può intuire dal nome). I cittadini ucraini sostenitori di Yanukovic, o quantomeno di Mosca, hanno successivamente organizzato contro-manifestazioni nelle maggiori città dell’est e del sud a sostegno del governo. La frattura si è manifestata soprattutto negli ultimi anni, quando è arrivato il momento di decidere se avvicinarsi maggiormente all’Unione Europea e quindi all’occidente, o se rimanere agganciati al grigio sistema post-sovietico. Ma la causa di questa divisione va individuata in particolari avvenimenti che si sono succeduti lungo il trascorrere dei secoli, quindi per comprendere sufficientemente ciò che sta accadendo in Ucraina ritengo che ci si debba affidare alla storia.
L’area eurasiatica, data la sua particolarità geografica, più di altri luoghi è stata storicamente testimone di frequenti e repentini cambiamenti degli assetti territoriali, a seguito della nascita e della dissoluzione di molti stati e principati, di conquiste da parte di dominatori stranieri e di conflitti religiosi, anche a causa della vastissima eterogeneità culturale. Qui di seguito elencherò alcuni avvenimenti che hanno giocato un ruolo fondamentale nella formazione dello stato ucraino come lo conosciamo oggi:

-Una prima impronta è stata lasciata nel 13° secolo dal declino della Rus’ di Kiev, lo stato europeo più esteso e uno dei più prosperosi dei primi secoli del millennio che riuniva diverse tribù slave e scandinave.
La parte occidentale dello stato, corrispondente all’odierna Ucraina, fu sottomessa dai polacchi e dai lituani mentre la parte orientale, che corrisponde a parte della Russia di oggi, fu invasa da Mongoli e Tatari.
In seguito all’invasione la parte occidentale finì per rimanere sotto il controllo polacco-lituano, tuttavia ciò che era rimasto della Rus’ di Kiev sopravvisse grazie alla resistenza di alcuni che, spostandosi più a nord, fecero di Mosca il nuovo centro di potere.

-Al conflitto territoriale seguì quello religioso nel 1596. Le autorità religiose del regno polacco attuarono un grande processo di cattolicizzazione della parte orientale del regno, l’attuale Ucraina Occidentale; l’ortodossia moscovita rispose con l’istituzione, a Kiev, dell’Accademia Mogiliana per difendersi dall’espansionismo cattolico occidentale.

-Altra frattura territoriale si ebbe nel 1654. In parte del territorio dell’attuale Ucraina si estendeva il Cosaccato ucraino, uno stato semi-autonomo; durante la guerra tra il regno polacco e il Gran principato di Mosca la parte orientale del cosaccato fu ceduta ai russi.

-Nel 1795 l’impero zarista s’impadronì della parte ad est del fiume Dnepr, all’epoca territorio polacco mentre l’Impero Austro-ungarico acquisì la Galizia orientale.

-Alla conclusione della Prima guerra mondiale l’Ucraina divenne uno stato indipendente, ma dopo pochi anni fu riannessa all’Unione Sovietica attraverso l’invasione dell’Armata rossa.

-Durante la seconda guerra mondiale l’URSS respinse l’invasione tedesca della parte occidentale dell’ucraina, molto ambita da Hitler per le riserve di grano. Nel contesto si inserì l’esercito insurrezionale ucraino (UPA) guidato da Stepan Bandera il quale agiva in funzione anti-sovietica.

-Nel 1954 la Crimea fu ceduta alla Repubblica socialista Ucraina dal presidente Chruščёv nonostante la maggior parte della popolazione fosse russa. [Fonte: Andrea Franco – Limes]

Infine nel 1991, a seguito di un referendum, l’Ucraina divenne uno stato pienamente indipendente dall’Unione sovietica. I risultati del referendum mostrano dati significativi: il 92% degli abitanti del paese votarono per il “sì”; le regioni poste più ad occidente raggiunsero il 96-98% di approvazione, mentre nelle regioni più orientali si registrò un minor numero di propendenti all’indipendenza e addirittura in Crimea solo il 54% degli abitanti si dimostrò favorevole. Questi numeri sono figli di secoli e secoli di storia che hanno visto parte dell’Ucraina influenzata culturalmente da regni e imperi dell’Europa centro-orientale essenzialmente cattolici e parte legata alla “Madre Russia” e alla fede ortodossa.
Oltre a questi fattori vi è un’ulteriore elemento divisivo: la ricchezza. Un po’ come il nord Italia e il Mezzogiorno, l’Ucraina è divisa in un ovest più povero ed agricolo ed un est più industrializzato e ricco di risorse minerarie, (soprattutto ferrose) territorio che ha visto fiorire l’industrializzazione russa alla fine del diciannovesimo secolo. Durante il ventesimo secolo le risorse sono state sfruttate dall’Unione Sovietica attraverso l’invio di lavoratori russi che hanno poi finito per stabilirsi nel paese.

Anche dal punto di vista elettorale i dati parlano chiaro. Nelle ultime elezioni i partiti più europeisti e anti-sovietici hanno prevalso nelle regioni occidentali e, nella regione più povera, la Galizia, Svoboda ha raggiunto circa il 38% di preferenze; è facile quindi immaginare il perché della reazione di buona parte del popolo ucraino che ha visto salire al potere un partito filorusso poco interessato a migliorare le condizioni dell’altra parte del paese. I nazionalisti ucraini non agiscono tanto per un sentimento di appartenenza alla parte Occidentale dell’Europa quanto per liberarsi dall’influenza della Russia, ma soprattutto del suo antenato, l’Unione Sovietica, artefice nel passato di continue aggressioni e colpevole della tragedia dell’Holodomor, la grandissima carestia che colpì l’Ucraina nel 1929.

Abbiamo visto i movimenti di estrema destra abbattere le statue di Lenin sparse sul territorio ucraino e assaltare le sedi del partito comunista ucraino e di quello social-democratico, abbiamo anche visto manifestanti filorussi sventolare bandiere con falce e martello e manifestare sotto le poche statue del leader rimaste, ma anche aggredire degli stranieri solo perché di lingua inglese americana. Giunti a questo punto sorge spontanea una domanda: l’attuale Russia e il suo presidente sono comunisti? Assolutamente no. Ciò che la nuova Russia e il suo presidente hanno ereditato dalla vecchia URSS sono gli aspetti meno comunisti e più fascisti; sembra infatti che il comunismo sovietico, la sua storia, la sua simbologia e i suoi miti siano utilizzati da Putin e compagni esclusivamente in chiave anti-occidentale, soprattutto anti-americanista, abbandonando i contenuti propri dell’ideologia in discarica.
Il “comunismo” di Putin è imperialista e nazionalista, è scevro da tutti gli ideali originari che possano essere collegati al marxismo-leninismo, è una sorta di Stalinismo 2.0, una versione meno totalitaria ma altrettanto autoritaria e conservatrice. Ovvero non è comunismo. Non è una coincidenza che il presidente russo sia lodato e acclamato dalle destre estreme di mezzo mondo.
L’aspettativa di vita di un russo è intorno ai 64 anni, la mortalità infantile è ad alti livelli, intere aree del paese sono completamente abbandonate dallo stato, le minoranze etniche e sessuali sono discriminate, la povertà è dilagante e la libertà è estremamente limitata. L’attuale Russia di Putin è socialmente in decadenza e non ha un’identità, ma ha l’ambizione di ergersi ancora una volta a nemesi del liberalismo occidentale e questo sembra bastarle.
1907564_10203592480999130_625185931_nLa rivoluzione di Euromaidan prima e la crisi in Crimea poi, sono state e sono ancora “terre” di scontro tra due blocchi, anche se il blocco ideologico è unico, quello liberale, e il secondo non è altro che un gigante semi addormentato con le idee poco chiare che è mosso dall’intento di far sapere che non è morto e che, anzi, conta ancora molto sullo scacchiere internazionale. L’invasione della Crimea (sì, checché se ne dica è stata un vera e propria invasione) ha dimostrato che la Russia può facilmente ottenere ciò che vuole, rimanendo impunita sia per l’interdipendenza economica che la lega con i paesi occidentali sia per il persistere, sul piano internazionale, di un’Organizzazione delle Nazioni Unite impotente e poco incisiva (si veda il meccanismo del veto). Le “sanzioni” minacciate da Obama e da alcuni paesi europei stentano ad essere chiamate tali: si tratta di atti perlopiù simbolici che non danneggiano affatto lo stato sanzionato; Putin sapeva bene che nessuno sarebbe ricorso a vere sanzioni nonostante invadendo la Crimea abbia violato 2 trattati internazionali e 2 principi fondamentali:

1) Il Memorandum di Budapest del 1994, nel quale l’Ucraina accettò di cedere alla Russia il proprio arsenale nucleare risalente al periodo dell’URSS⁶ e in cambio la Russia le garantì l’inviolabilità delle frontiere.
2) La Convenzione di Helsinki del 1975, in cui venne sancita inviolabilità delle frontiere degli stati europei.
3) e 4) Il principio del divieto di uso della forza e il principio di non ingerenza, entrambi contenuti nella Carta dell’ONU.

Il Referendum del 16 Marzo che ha sancito l’annessione della Crimea alla Federazione Russa conta poco sul piano del diritto internazionale: i soldati russi hanno vietato l’ingresso degli osservatori ONU nella regione e le autorità crimeane hanno scelto di utilizzare teche trasparenti per la raccolta dei voti rendendo così il processo di dubbia regolarità. A questo punto è difficile credere che il 97% circa degli abitanti della Crimea sia davvero favorevole all’annessione. Nonostante ciò, va preso atto che gran parte dei crimeani effettivamente non si sente Ucraino e preferisce essere indipendente da Kiev, come dimostrato da un recente sondaggio. Se il processo di voto fosse stato realizzato con trasparenza e i risultati avessero dimostrato una maggioranza favorevole alla secessione, la Crimea avrebbe potuto avvalersi del principio di autodeterminazione dei popoli, uno dei principi fondamentali in seno allo Statuto dell’ONU.

Il governo nazionale insediatosi dopo la destituzione di Yanukovic è composto da membri dei maggiori partiti della vecchia opposizione al Partito delle Regioni; alcuni incarichi (vice primo ministro, ministro della difesa, viceministro delle risorse minerarie) sono stati conquistati anche da rappresentanti di Svoboda, il partito di estrema destra antirusso. Putin ha utilizzato questo pretesto per giustificare la violazione dei confini ucraini, sfruttando la propaganda per diffondere la notizia che i cittadini di etnia russa fossero minacciati dai nazionalisti ucraini. Non c’è dubbio che l’attuale governo sia illegittimo perché non eletto e che una componente fascista al suo interno sia pericolosa, ma non ha molta importanza: il 25 Maggio si terranno le elezioni nazionali, la cui trasparenza verrà probabilmente monitorata da osservatori esterni.
Dopo ciò che è accaduto in Crimea il nuovo governo ha prontamente firmato l’accordo di associazione con l’Unione Europea, ma per quanto riguarda un suo ingresso credo ci sia molta strada da fare. Dubito che le prossime elezioni segneranno un cambiamento rivoluzionario nella politica ucraina, ciò che auspico è che nel prossimo futuro il paese si avvicini all’Unione Europea e ne venga influenzato per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani, delle libertà fondamentali e della giustizia.
Ma perché Putin ha deciso di agire in questo modo nei confronti dell’Ucraina? Credo che si sia sentito minacciato dall’avanzare dell’Unione Europea e del mercato occidentale presso i suoi confini, non a caso “Ucraina” significa “regione di frontiera”. Il paese è visto come una sorta di “stato cuscinetto” tra Russia e mondo occidentale e Mosca non è disposta a vederlo in mano al “nemico ideologico”. Alcuni giorni fa il ministro degli esteri Lavrov ha proposto, durante un incontro con il sottosegretario di stato USA Kerry, che l’Ucraina diventasse una federazione, un’idea che trova anche la mia approvazione. Tuttavia la decisione è di esclusiva competenza delle istituzioni ucraine che per ora hanno risposto con un secco “no”.

In questa storia l’Unione Europea è uscita vincitrice in ambito economico, ma perdente in ambito politico. Le mosse della Ashton sono state tardive ed inconcludenti, mentre si è dimostrata più utile la cooperazione intrapresa indipendentemente dai ministri degli esteri degli stati membri.
Inoltre l’Europa si è resa conto di essere eccessivamente dipendente dal gas russo e quindi di poter cadere vittima dei ricatti del Cremlino. Proprio per questo il deputato socialista Hannes Swoboda ha sottolineato che l’Unione ha l’urgenza di trovare altre fonti energetiche che ci sleghino da quelle russe, in particolare ha fatto presente che va velocizzata la realizzazione del gasdotto Nabucco che, partendo dall’Azerbaijan e passando attraverso la Turchia e la Romania, non intersecherà il territorio russo.

Ma il punto principale è un altro: che futuro si prospetta per l’Ucraina? Il paese è prossimo alla bancarotta e la politica è un gigantesco conflitto di interessi. Dietro i maggiori partiti del paese si nascondono i finanziamenti e il supporto di potenti uomini d’affari, la stessa Timošenko ha intrapreso la strada politica subito dopo essere entrata nel mondo imprenditoriale. Il suo partito è supportato da Poroshenko, chiamato anche “Re del cioccolato” per la società di semi di cacao che gestisce, ed ha già ricoperto diversi ruoli politici pochi anni fa. Quest’ultimo, secondo un sondaggio, sarebbe il favorito alle prossime elezioni con circa il 20% delle preferenze; al secondo posto ci sarebbe UDAR, il partito dell’ex pugile Klitschko, finanziato da Dmytro Firtash, altro importante magnate ucraino. Brutte notizie invece per Dart Vader che non ha potuto candidarsi a causa di alcune irregolarità nel processo di iscrizione. Peccato, sarebbe stata una rivoluzione positiva per l’Ucraina.
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¹ Gli accordi di associazione dell’Unione Europea (European Union Association Agreements), una volta firmati, non sanciscono l’ingresso del paese firmatario nell’Unione Europea ma danno l’avvio ad una maggiore cooperazione tra le due parti contraenti, sia in campo economico, spesso anche attraverso l’istituzione di un area di libero scambio, che in campo politico, sociale e culturale. Dietro la mancata firma dell’accordi di associazione con l’UE si nascondo principalemente motivazioni politiche ed economiche; la prima parte delle proteste ha visto l’Ucraina contesa dall’Unione Europea e dalla Russia. L’offerta di Putin alternativa a quella dell’UE e firmata poi da Yanukovic prevede 15 miliardi di investimenti in titoli di stato ucraini e la vendita di gas a prezzi stracciati (più di quanto avveniva da tradizione), questi soldi farebbero molto comodo al paese vicinissimo alla bancarotta. Tuttavia l’accordo con l’UE, anche se non garantisce enormi benefici istantanei, rappresenterebbe un rinnovamento dell’economia e della politica del paese attualmente tutt’altro che trasparenti, guidate da oligarchi senza scrupoli e da una corruzione dilagante.
Putin dal canto suo non vede di buon occhio un’area di libero scambio tra UE ed Ucraina, in quanto economicamente danneggerebbe il commercio russo e geopoliticamente vedrebbe per l’ennesima volta un ex stato sovietico finire nella sfera di influenza occidentale.
(le ex repubbliche sovietiche di Estonia, Lettonia e Lituania fanno parte dell’UE e hanno sottoscritto il patto atlantico, coì come la Polonia, la Romania e l’Ungheria un tempo legate alla Russia mediante il patto di Varsavia)
L’Ucraina si è trovata in una sorta di “limbo” non essendo strettamente legata né alla occidente tramite l’adesione alla NATO né alla CSI (Comunità degli Stati Indipendenti, che comprende alcun ex repubbliche sovietiche) da cui è uscita ultimamente.

² Le stime riguardanti il numero di persone che prendono parte ad una protesta di forte ed evidente matrice politica non sono per nulla affidabili, soprattutto se fornite da chi ne prende parte o da chi vi si oppone. In ogni caso, alcuni giornali stranieri hanno confermato la presenza di centinaia di migliaia di persone.

³ Piazza Indipendenza è stata chiamata erroneamente da molti giornalisti “Piazza Maidan” (Maidan in ucraino vuol dire appunto “piazza”)

⁴ VoxNews è forse uno dei peggiori siti di “informazione” italiani sulla rete da cui attingere notizie riguardanti il mondo della politica. La redazione è palesemente di estrema destra e tra un’informazione falsa e l’altra è facile scovare la vena omofoba, razzista e discriminatoria dei gestori.

⁵ Il Partito delle Regioni è un partito filorusso che ha la sua principale base elettorale nelle regioni dell’est e del sud dell’Ucraina. È finanziato da Rinat Akhmetov, l’uomo più ricco del paese e il 39° più ricco del mondo.

⁶ Dopo la caduta dell’Unione Sovietica l’Ucraina diventò la terza potenza nucleare del mondo grazie all’arsenale nucleare depositato all’interno del suo territorio

Note a posteriori
-Ho dimenticato la questione jugoslava, altrettanto grave se non di più. Il numero delle vittime fu molto elevato.
-Ho sbagliato a citare il principio di autodeterminazione dei popoli in quanto, generalmente, è un diritto che veniva riconosciuto ai popoli che hanno subito la colonizzazione europea. Nonostante ciò, dice Conforti, in futuro potrebbe essere plausibile una sua applicazione nelle questioni di regionalismo e separatismo all’interno degli stati.

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