«

»

“Verso una società planetaria” di Carlo Fumian – recensione e considerazioni

Nel saggio “Verso una società planetaria“, lo storico Carlo Fumian illustra i processi di integrazione globale analizzando sia gli aspetti sociali che quelli economici. La premessa principale dell’autore, condivisa anche da Ostrahemmel e Petersson nel libro “La storia della globalizzazione” e generalmente accettata dagli storici dell’economia, è che tali processi non siano nuovi di per sé, quanto invece inediti sia in fatto di dimensioni che di rapidità nello sviluppo; la globalizzazione dunque, non è un evento a cui può darsi una data di inizio e di fine, ma un lungo processo che dura da secoli e che è divenuto oggetto di discussioni e analisi solo negli ultimi decenni. Fumian rileva nel periodo compreso tra il 1870 e il 1914, cioè tra la guerra franco-prussiana e l’uccisione dell’Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, una notevole intensificazione del percorso di integrazione globale. LeArabic_McDonalds “parole chiave” utilizzate da Fumian per illustrare il suo pensiero sono organicità e percezione. Organicità perché una lunga serie di innovazioni, scoperte, creazioni e rivoluzioni nei campi più disparati, dalla medicina al diritto e dall’ingegneria alla finanza, riguardarono in modo piuttosto eterogeneo tutto l’occidente, le sue colonie e parte dell’Asia, quindi gran parte del pianeta. Percezione perché è stato un periodo, osserva Fumian, in cui le interpretazioni dei contemporanei presero il sopravvento sulla realtà: dalle percezioni nacquero nuove idee e ideologie che inevitabilmente, con buona pace di Max Weber, “inquinarono” le fonti da cui gli studiosi di oggi hanno attinto le informazioni.

Di importanza fondamentale per l’autore è la formazione di un mercato alimentare mondiale, in cui lo scambio di carne e cereali, soprattutto grano, ebbe un incremento senza precedenti. L’intensificarsi delle relazioni economiche tra gli attori mondiali mutò il panorama economico, che divenne sempre più complesso e astratto; nacquero le prime teorie cospirazioniste, soprattutto tra le masse cittadine populiste, e cominciarono a diffondersi maggiormente sentimenti di odio nei confronti dei Robber Barons e degli ebrei, visti come principali responsabili delle crisi economiche. Nel frattempo, mentre i socialisti utopisti immaginavano (e in alcuni casi sperimentavano) forme alternative di società e metodi di produzione diversi, nasceva una comunità scientifica internazionale interconnessa, unita dalla condivisione di saperi e idee e dai sempre più numerosi incontri, convegni e seminari. È anche il periodo in cui si cercherà di creare una lingua che sia comprensibile da ogni essere umano; Fumian cita come esempi il Volapük, una lingua artificiale ideata dal prete tedesco Schleyer nel 1879 e l’Esperanto, creato da un ebreo polacco nel 1887, che avrà maggior fortuna rispetto alle lingue concorrenti (si stima che siano stati 116 i progetti di lingua pubblicati tra il 1880 e il 1914). Nacquero le prime grandi associazioni internazionali, come la Croce Rossa e la Mezza Luna Rossa, la Teosophical Society e la Rotary International. Il mondo fu diviso in fusi orari, donando all’umanità un “tempo comune”, fu inventato il telegrafo (e creata un’Unione telegrafica), venne sottoscritta la Convenzione Postale Internazionale, fu uniformata la legislazione sul copyright e venne elaborato un progetto per la fondazione del Parlamento Mondiale delle Religioni. Nella seconda parte del diciannovesimo secolo si riunì la prima corte di arbitrato, da allora molte controversie furono risolte con l’utilizzo di questo strumento. Il numero di operai sindacalizzati aumentò di molte unità, soprattutto tra il 1902 e il 1914, e nacquero le prime unioni sindacali internazionali. Lo scambio di materie prime come il carbone crebbe di 65 volte nel giro di 50 anni; grazie all’apertura dei canali di Suez e di Panama, al perfezionamento delle navi e all’invenzione di tecniche di refrigerazione, il commercio fu reso più veloce e meno oneroso.globalization1

Oggi possiamo davvero ritenerci parte di una “società planetaria”? Non proprio, a mio avviso.
Il processo di globalizzazione ha sicuramente introdotto nuove forme di cooperazione e rinforzato i legami tra popoli, questo però non ha uniformato la cultura dell’umanità; una società, per essere definita tale, presuppone una cultura comune. Attualmente viviamo in un mondo profondamente influenzato dalla cultura occidentale di stampo liberale e individualista, ma questa non è condivisa da tutte le civiltà e soprattutto non ha solide fondamenta in ogni angolo del pianeta. Chi ne fa parte è solo una minoranza, un insieme di imprenditori, giornalisti, studiosi, intellettuali, politici, scienziati e cittadini comuni (compreso il sottoscritto) provenienti soprattutto dal mondo occidentale che, condividendo una cultura cosmopolita e avendo la possibilità di viaggiare sia in rete che nel mondo reale, possono definirsi “cittadini del mondo”. Qualche anno fa il politico ceco Václav Havel, ormai scomparso, scriveva: “Oggi viviamo in un’unica civiltà globale, ma questa non è altro che un sottile strato di vernice che copre o nasconde l’immensa quantità di culture, di popoli, di mondi religiosi e di tradizioni storiche brulicanti “al di sotto” di esso“. I’intera umanità potrebbe anche aver adottato il sistema economico capitalista, ma permangono profonde differenze di lingua, religione e tradizione. Essendo spesso accompagnata da forme di imperialismo economico e di integrazione forzata, la globalizzazione viene generalmente identificata come minaccia per le culture diverse da quella di derivazione europea; questo ha fatto sì che nascessero forme di resistenza nei suoi confronti. Il mondo è ancora scosso da sanguinosi conflitti religiosi che vedono coinvolto soprattutto il mondo islamico. L’India e la Cina stanno intraprendendo politiche nazionaliste ed entrambe sembrano determinate a preservare le proprie culture nazionali, nel frattempo l’ONU continua a dimostrarsi debole e impotente nella risoluzione di controversie internazionali e l’integrazione europea viene costantemente ostacolata, anche, ma non solo, dalla decisione degli stati membri di anteporre l’interesse nazionale a quello dell’unione. È ormai chiaro che stretti rapporti economici non creano inevitabilmente omogeneità culturale e politica. Nel libro “The clash of civilizations“, il politologo Samuel Huntington intravede nella condivisione dei valori comuni di ogni civiltà la spinta per la creazione di una civiltà universale, una società che sia tollerante e rispettosa delle differenze, ma che non sia dominata dalle mire universalistiche della cultura occidentale.

Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Puoi usare i seguenti tag ed attributi HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>