«

»

Riflessioni sull’antispecismo

Prima di cominciare a trascrivere le mie riflessioni, frutto di discussioni e letture on-line, mi sembra utile dare prima una definizione dell’oggetto della disamina. L’antispecismo è più comunemente definito come “lotta al pregiudizio morale basato sull’appartenenza di specie” quindi lotta allo specismo, secondo il filosofo Peter Singer. Successivamente sono state proposte altre definizioni, una delle quali del sociologo David Nibert che non ritiene lo specismo un mero pregiudizio morale, ma un qualcosa di più grande, di derivazione sociale, «un’ideologia creata e diffusa per legittimare l’uccisione e lo sfruttamento degli altri animali».
Lo specismo è una discriminazione basata sulla specie. La maggior parte degli antispecisti,sulla scia di Dilbert, ritiene appunto che lo specismo sia nato a causa di determinati fattori culturali: c’è chi dice allorquando si sono formate le prime società stanziali, chi invece afferma durante la Rivoluzione francese, quando è stata redatta la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.
Nella realtà quotidiana lo specismo si traduce nello sfruttamento degli altri esseri viventi da parte dell’uomo attraverso la varie forme che tutti conosciamo.

Premetto che l’antispecismo è un movimento molto eterogeneo, con diverse correnti al suo interno anche molto discordanti tra loro. Gli approcci principali però sono due: l’antispecismo classico e l’antispecismo politico.
Esprimerò la mia opinione su alcune visioni che sono comuni tra gli antispecisti in generale, indipendentemente dalla corrente.

scimpanz_Come detto prima, uno dei postulati fondamentali appoggiato da molti antispecisti è che esso sia un pregiudizio o un orientamento morale sviluppatosi in un certo periodo della storia umana, quindi qualcosa di non insito nell’uomo ma di esogeno. Trascrivo una piccola parte della spiegazione data nel blog di un antispecista in cui troviamo una breve descrizione di questa visione [1]:

È importante osservare che lo specismo, come indicato da molti autori, non è una componente psico-sociale connaturata nell’essere umano, ma ha natura storica e dunque una sua origine e un suo sviluppo nel corso del processo di evoluzione umana. Infatti le originarie società di raccoglitori e cacciatori non possono essere definite speciste in quanto non possedevano una concezione dell’essere umano come specie superiore alle altre specie animali, né erano dedite ad uno sfruttamento sistematico dell’animale: l’uomo delle origini si considerava parte del mondo naturale e, in quanto animale, del tutto simile agli altri animali.
Lo specismo nasce solo successivamente con le prime pratiche di assoggettamento, manipolazione e sfruttamento della natura e degli animali (agricoltura e allevamento) sviluppatesi nella società neolitica, quindi in un periodo piuttosto recente nella storia evolutiva umana: circa 10mila anni fa, ovvero dopo milioni di anni che il percorso evolutivo dell’essere umano si era separato da quello delle altre grandi scimmie, e circa 190mila anni dalla comparsa dell’Homo sapiens. Dalla sua nascita nel Neolitico lo specismo si andrà strutturando in maniera sempre più definita e pervasiva nei millenni successivi, fino al completo consolidamento nella cultura umana con la nascita delle grandi religioni monoteiste, che proclamano definitivamente il dominio umano sul resto della natura e del vivente.

Lo sfruttamento animale esiste da sempre, ha inizio con la nascita dell’uomo, sono solo cambiate le modalità di attuazione: da un’economia primitiva di sussistenza, in cui l’uomo caccia l’animale con le proprie mani per procurare il cibo per sé e per la propria tribù, si è mano a mano passati ad altri tipi di economia più complesse in cui vi è un’ “addomesticazione di massa” di varie specie animali invece di un’addomesticazione di poche unità animali. Presso le tribù nomadi vi erano in ogni caso animali addomesticati che erano costretti a seguire gli uomini nei loro spostamenti. Il rapporto uomo-animale non è cambiato se non unicamente nel loro condividere una esistenza primitiva; vi erano indubbiamente legami più diretti tra uomini e animali, vivendo in condizioni di animalità praticamente uguali, ma un fattore ha palesato lo specismo e lo ha reso più “visibile”: l’evoluzione. L’uomo comincia a comprendere, a studiare ciò che lo circonda, ad elevarsi e distanziarsi dalla forma primitiva a cui era stato legato fino ad allora e quindi a prendere coscienza che, pur nel suo essere animale, esso si distingueva enormemente dalle altre specie. Quelli che una volta erano il cacciatore e la preda, oggi sono diventati il consumatore e il prodotto; in entrambi i casi l’animale è comunque visto come essere meno intelligente, come essere da addomesticare secondo il proprio volere e di cui essere  padrone. Il “tendenziale egualitarismo” tra uomo e animale in realtà è solo un rapporto inevitabilmente più stretto e diretto causato dalle comuni condizioni di vita. Nella società stanziale e in quelle più complesse che l’hanno seguita l’uomo ha semplicemente espresso la sua natura di animale razionale e dotato di intelligenza superiore, abbandonando la forma primitiva che lo accomunava con gli altri animali. Lo sfruttamento animale non è nato in un certo periodo della storia, si è evoluto di pari passo con la capacità produttiva dell’uomo.

Di conseguenza quindi, pare ovvio dover considerare lo specismo non un fattore unicamente umano.
È un preconcetto insito in ogni animale quello di considerare una qualsiasi altra specie come differente dalla propria e quindi sfruttarla per averne benefici. Il famosissimo testo di Darwin “L’origine delle specie” che ha confutato l’approccio antropocentrico cristiano dell’uomo, ha nello stesso tempo sottolineato come la vita sia una continua lotta alla sopravvivenza tra le specie, dove il più forte prevale sul più debole e l’istinto di ogni animale è quello di preservare la propria specie a discapito delle altre. L’uomo è un animale come gli altri, non è un Dio che può progredire o sopravvivere senza sfruttare ciò che è presente in natura (forse un giorno…), ma si distingue da essi per il suo raziocinio e il suo pensiero astratto che, checché se ne dica, lo rendono oggettivamente “superiore”* alle altre specie animali; Non perché lo dice la Bibbia o perché lo dice una dottrina filosofica X, ma perché lo dimostrano l’evoluzione, la storia e il nostro studio della natura. Lo specismo dell’uomo è solo reso più brutale dato il suo impatto sul mondo che non è tipico di nessun altro animale.

Stabilito quindi che lo specismo è un elemento naturale* presente in tutti gli animali, vorrei commentare alcuni pensieri comuni tra gli antispecisti e sull’effettiva realizzazione di una società antispecista. Inizio la discussione citando una parte di un’intervista a Gary Yourofsky [2], noto attivista antispecista:

Agli attivisti per i diritti animali viene spesso chiesto se un pompiere deve salvare un cane o un bambino da un ipotetico edificio in fiamme (o dall’orlo di un precipizio). Dato che gli altri animali e gli umani soffrono alla stessa maniera, specialmente se arsi vivi, e partendo dal presupposto che entrambi hanno diritto alla vita, per me è oltraggioso che la gente pone tale questione […] l’eventuale pompiere dovrebbe salvare entrambi, cominciando da chi è più vicino all’ingresso del palazzo in fiamme, a prescindere. Poi se trasferiamo questo ragionamento nel mondo umano, esso ha la stessa logica razzista: chi salvare il bianco o il nero? Un gay o un etero? L’ebreo o il musulmano? Se fossi il pompiere salverei chiunque potrei salvare, senza pormi la questione, anche se tra uno stupratore di bambini e un topo salverei il topo.

La convinzione che sta quasi sempre alla base dell’antispecismo secondo la quale tutti gli animali soffrono allo stesso modo è falsa, non è provata scientificamente, addirittura alcuni studi portano a pensare che non sia così; l’autocoscienza incide molto sulla sofferenza psicologica e la maggior parte degli animali ne è sprovvista. Anche la sofferenza fisica non sembra essere uguale in tutti gli animali [3] In base a questa falsa certezza, spesso la discriminazione in base alla specie è paragonata a razzismo, sessismo, omofobia e alle discriminazioni in generale. Qualcuno sembra non aver considerato che, contrariamente al razzismo, lo specismo è discriminazione tra specie diverse: linguaggio differente, percezione differente della realtà da parte dei soggetti e quindi relazione univoca dell’uomo verso l’animale (è l’umano che vuole per propria volontà cambiare lo status delle cose coinvolgendo gli animali) e non biunivoca (desiderio di emancipazione sia da parte della società civile che dai diretti interessati, come le donne alla conquista dei loro diritti, ad esempio).
Una donna discriminata per il suo sesso, un africano discriminato per il suo colore della pelle, una persona discriminata per i suoi gusti sessuali, tutti loro possiedono il nostro stesso linguaggio, il nostro stesso cervello e provano le nostre stesse emozioni. Possiamo dire lo stesso per un topo?
Inoltre, considerando una discriminazione tra uomini al pari di una di specie non si fa altro che umanizzare gli animali, ed umanizzare gli animali è quanto di peggio possa fare un antispecista.
Quando Gary Yourofsky afferma che salverebbe un topo invece di uno stupratore di bambini appare evidente che viene messo in moto un metodo di giudizio esclusivamente umano: giudica il topo migliore dell’uomo non perché esso sia effettivamente migliore ma perché nella sfera morale umana un pedofilo è considerato cattivo (ricordo che la pedofilia è una malattia, bella dimostrazione di empatia da parte di Yourofsky) ed automaticamente il topo è migliore perché non lo è, è considerato innocente; ma un topo non può essere innocente se non in un’ottica umana (non esiste l’innocenza in natura) e poiché il topo non fa parte della sfera umana, esso viene effettivamente inglobato nella nostra sfera etico-morale . Un criterio di giudizio decentrato dall’essere umano e in cui non ci sia il suo zampino non esiste; è quindi lecito pensare che, paradossalmente, anche l’antispecismo è una forma di antropocentrismo: c’è la presunzione di estendere i valori morali ed etici umani anche al mondo animale. Anche questo, se ci si ragiona, non motiva un sostenitore dell’antispecismo ad abbandonare la causa, però è fondamentale che chi si considera antispecista se ne renda conto e quindi ammetta che un ordine morale ecocentrico non esiste e non è possibile.

Qundi:
– Lo specismo è naturale.
– Lo specismo è un pregiudizio presente in tutti gli animali.
– Nell’uomo è solo reso più evidente dato il suo stadio
evolutivo avanzato.
– Non tutti gli animali soffrono in egual modo
– Non è possibile un ordine naturale ecocentrico, è solo
possibile tendere verso di esso.

Modificare la nostra natura specista è una grossa responsabilità verso la natura e verso noi stessi, una responsabilità che ci autoimponiamo, perché una volta abolito il pregiudizio di specie gli animali entrerebbero de facto a far parte del nostro mondo etico-giuridico, rivoluzionando la società intera. Credo che una società davvero antispecista sia possibile solo attraverso il ritorno a scenari di vita primitiva in cui l’uomo vive effettivamente più a stretto contatto con l’animale, unitamente però alla mentalità di “empatia” verso le altre specie acquisita con il progredire della civiltà e con il raggiungimento del benessere del mondo occidentale. È possibile? Non credo. Il progresso umano, inteso sia come civile che scientifico, è un processo naturale ed inarrestabile, è un treno in corsa e questo intacca il “progetto” antispecista, perché il progresso si nutre di sfruttamento, ed il cammino per un progresso cruelty free sembra dover passare prima attraverso la fine dello sfruttamento umano, come sembra sia cominciato ad avvenire da appena due secoli. Ritengo molto improbabile che la totalità degli esseri umani si impegni in un cambiamento così radicale della propria natura e che porterebbe ad una rivoluzione della società senza precedenti, soprattutto quando c’è chi continua a lottare ancora per una completa liberazione umana. La lotta per i diritti umani dura da centinaia di anni, continua ancora oggi e continuerà ancora per molto tempo. Chi auspica una “liberazione totale” pretende troppo anche dalla propria fantasia che sembra così viaggiare verso la meravigliosa città chiamata Utopia. Può farlo, ci mancherebbe, ma rischierebbe di rimanere a fluttuare nel puro idealismo per molto tempo.
Inoltre, bisogna dirlo, la maggioranza degli antispecisti sembra auspicare soltanto una liberazione animale, abbandonando la speranza o l’impegno per una liberazione umana. Perfettamente prevedibile in una società post-materialista e libera come la nostra, dove il maggior cruccio sembra essere diventato la libertà degli animali che mangiamo, nonostante dall’altra parte del mondo c’è chi non sa cosa voglia dire mangiare.[4]

Finora ho discusso solo della teoria antispecista, della sua parte ideale, invece la parte pratica e la sua attuazione sono ben diversi. Immaginando una società antispecista è inevitabile non domandarsi come sarebbero i rapporti uomo-animale, è facile immaginare la dubbia praticità e i paradossi in cui incorreremmo (di cui eviterò di parlare, per non scadere nella pragmaticità assoluta). Esso viene messo in pratica attraverso alcuni stili di vita che dimostrano comunque diversi limiti logici e pratici:

1) La dieta vegana: a meno che i vegetali con cui ci si nutre non siano stati coltivati senza usare pesticidi e senza l’utilizzo di macchinari agricoli (un po’ difficile oggigiorno), essa provoca la morte di più vite animali di quante si pensa vengano salvate. Durante la coltivazione di ortaggi e vegetali infatti i macchinari agricoli e i composti chimici usati provocano tantissime vittime tra piccoli animali come topi, rettili, insetti ecc.. . Un onnivoro che si nutre di carne auto-prodotta farebbe meno vittime animali di un vegetariano o vegano che compra il proprio cibo al supermercato. Ovviamente anche gli allevamenti domestici sono molto rari, quindi inevitabilmente quasi tutti i prodotti che finiscono sulla nostra tavola hanno subito trattamenti che hanno portato alla morte qualche essere vivente. Si potrebbe quindi concludere che l’alimentazione vegana non è affatto cruelty free, la differenza con quella onnivora è che gli animali uccisi sono più piccoli e non vengono mangiati. [5]

2) L’opposizione alla sperimentazione animale: è una posizione abbastanza incoerente, soprattutto per gli antispecisti che tengono alla liberazione umana tanto quanto a quella animale(in teoria dovrebbero esserlo tutti, la realtà però è ben diversa come detto prima). Metodi alternativi non esistono, il modello animale è ancora il più sicuro per testare nuovi farmaci, nuovi farmaci che potrebbero porre fine alla sofferenza di milioni di persone che sono affette da centinaia di malattie diverse anche rare e tutt’ora inguaribili. Qual è più importante per gli antispecisti, il diritto di vita di un malato umano o di una cavia animale?

Viviamo in una società che ha tratto i suoi benefici dallo sfruttamento di esseri viventi umani ed animali e continua a trarne ancora, anche dallo sfruttamento presente. Sì, perché lo schiavismo non è terminato. Prima di preoccuparmi per la fine della schiavitù animale ritengo sia giusto preoccuparsi per la liberazione umana, soprattutto perché credo che la vera empatia sia possibile solo verso esseri che provano emozioni e paure uguali o molto simili alle nostre.

Una volta sono stato tacciato di essere Cartesiano, non perché mi piacciono i grafici, ma perché, secondo l’interlocutore, ritenevo gli animali semplici esseri meccanici privi di emozioni e incapaci di provar dolore; a nulla valsero le mie spiegazioni.
Come dissi già allora, supporto in parte il non-human rights project [6], un progetto che mira a conferire il diritto alla vita principalmente a quelle specie animali molti intelligenti come delfini, elefanti e scimpanzé.
Il problema dello sfruttamento animale esiste e non va sottovalutato, anzi, credo sia un problema abbastanza centrale. Il pensiero cartesiano è stato smentito da numerose ricerche che hanno dimostrato una complessità maggiore del cervello di alcune specie, una delle ultime ha dimostrato una certa capacità di metacognizione negli scimpanzé [7], complessità che però non si avvicina così tanto a quella degli esseri umani, non tanto da rendere le specie “uguali” dal punto di vista della capacità emotiva, intellettiva e della sofferenza.
Mi oppongo fermamente ad usanze tradizionali quali la corrida spagnola, il palio di Siena e le altre numerose tradizioni sparse per il mondo che arrecano danno agli animali per mero divertimento. In sostanza, mi schiero dalla parte del cosiddetto animal welfare con particolare attenzione per le specie più intelligenti, una posizione a mio parere equilibrata e che non è eccede nè verso il “menefreghismo umano” nei confronti degli animali nè verso l’antispecismo.

Sono del parere che l’antispecismo assumerà una posizione sempre più centrale nel dibattito pubblico, soprattutto con l’avanzare di tecnologie che potranno condurre alla realizzazione di intelligenze artificiali autocoscienti, una vera e propria specie artificiale capace di pensare e riflettere. In che modo l’uomo si relazionerà ad essa? Porterà ad una “presa di coscienza” dell’uomo riguardo al suo rapporto con le altre specie non artificiali?
Di questo si occupa principalmente quella parte di antispecisti transumanisti come George Dvorsky e innumerevoli altri che hanno a cuore anche il conferimento di diritti agli animali che in qualche modo possono essere considerate “persone”.
Discutibile è invece che l’antispecismo sia uno dei fondamenti del transumanismo, infatti trascrivo una parte della “Transhumanist declaration” [8] in cui nel punto 7 si legge:

We advocate the well-being of all sentience, including humans, non-human animals, and any future artificial intellects, modified life forms, or other intelligences to which technological and scientific advance may give rise.

Sostenere il benessere di tutti gli esseri senzienti non implica essere antispecisti, come invece scritto nella voce italiana di Wikipedia sull’antispecismo.
Dietro l’antispecismo transumanista scorgo solamente una tipologia di facciata di lotta allo specismo, la lotta che si presenterà una volta che nasceranno I.A ed esseri “postumani” e che quindi non avrà come obiettivo principale quello di tutelare proprio tutti gli esseri senzienti, ma solo di trovare soluzioni di convivenza pacifica e civile tra specie umana e possibili specie artificiali, alle quali, a mio parere, dovranno essere riconosciuti in ogni caso gli stessi diritti di cui godono gli esseri umani.

I pensieri espressi non hanno la presunzione di essere considerati verità oggettive ed assolute, sono semplicemente considerazioni personali nate da una mia visione della realtà e che potranno mutare nel tempo.

*Superiore: Cervello più complesso e più sviluppato che ci distingue dagli altri animali.
*Naturale: Che non dipende dal volere umano

Share

5 comments

Vai al modulo dei commenti

  1. FENO

    Ciao,
    ho letto con curiosità e attenzione le tue riflessioni. Come hai ben specificato all’inizio i tuoi dati, le tue fonti e ricerche si basano esclusivamente su materiale letto online ed arrivi, addirittura, a citare come “fonte di partenza” blog privato in cui il curatore annota riflessioni altrettanto private senza citare un minimo di biografia (com’è normale che sia, i blog non hanno come destinazione un pubblico colto ma l’intera eterogenea comunità virtuale).
    In primo luogo, dunque, ti invito ad informarti meglio perchè, nonostante il tuo impegno sia apprezzabile, le tue analisi sono viziate da, lasciamelo dire, una radicata ignoranza generale (e generalizzata) che non ti permette, dunque, di proporre uno scritto serio, ricco e intellettualmente stimolante.
    Sono proprio le tue asserzioni di base ad essere fortemente sbagliate e nascondono , a mio avviso, una forte non-conoscenza delle tematiche proposte; personalmente non ho tempo per rispondere dunque mi limiterò a consigliarti alcuni testi, più o meno impegnativi, che potranno aiutarti a formare un pensiero serio al riguardo e non dettato da sparute letture virtuali (più o meno importanti) tanto interessanti quanto poco formative.
    Prendi i miei consigli non come un insegnamento dettato da una presunta conoscenza teoretica superiore ma come una effettiva possibilità di comprendere a fondo l’argomento in questione.
    Per quanto riguarda la Rivoluzione Neolitica e le sue conseguenze ( sei completamnte in errore quando dici che “Lo sfruttamento animale esiste da sempre”) prova con: Diamond “Armi acciaio e malattie”, “Preistoria della società europea” di Childe e, perchè no, il più generale trattato di antropologia divulgativa di Robbins “Antropologia Culturale”.
    Anche la citazione al Darwinismo è errata o meglio, l’interpretazione che fornisci del celebre libro di Darwin è molto banale e semplificata; a tal proposito consiglio (a parte la lettura del testo originale di Darwin) l’ottima spiegazione che ne fornisce Ernst Mayr in “un Lungo Ragionamento”.
    Anche l’affermazione sulla sofferenza fisica è profondamente errata e la fonte che citi non è per niente autorevole e ritengo assurdo fondare un articolo che pretende di essere serio su un blog del tutto sconsciuto. Ti rimando a i lavori di Tom Regan, a R.D Ryder, all’ecologia kantiana diUexkull a Simone Pollo ma la bibliografia potrebbe continuare di molto. D’altronde con la scienza non bisogna giocarci molto e sarebbe bene filtrare seriamente le proprie fonti.
    Non mi pare che tua abbia nemmeno molto chiara la concezione del linguaggio umano e dunque le varie differenze con quello animale. A tal proposito puoi affidarti ai filosofi neopositivisti (Carnap, Tarski ecc) oppure ad una visione strutturalista con De sausurre e Jakobson.
    Mi pare inoltre che tu sia sprovvisto di una idea filosofica riguardante la Natura (“Credo che una società davvero antispecista sia possibile solo attraverso il ritorno a scenari di vita primitiva in cui l’uomo vive effettivamente più a stretto contatto con l’animale “) dunque sarebbe il caso di approfondire il pensiero e la cultura della filosofi greca classica( a partire dai pre socratici) inizio di quel che tu tanto declami come “progresso”.
    Anche sul progresso e sull’idea di civiltà noto che hai un panorama molto rustretto e che non hai mai avuto modo di confrontarti con scritti antropologici seri; prova con Kilani “Antropologia” e De Martino con i suoi scritti sul magismo.
    La parte centrale è condivisibile, nel senso che sono tue idee dunque vanno rispettate. Permettimi solo di dirti che la posizione cartesiana è molto pià complessa di come l’hai mostrata tu e il meccanicismo, pur avendo radici nella rivoluzione scientifica, è stato fortemente appoggiato da Kant, Laplace e numerosi altri.
    Evidentemente ti manca gran parte del bagaglio culturale necessario (non hai citato Heidegger, Deridda, Zizek ecc) per scrivere un articolo serio sulle tematiche antispeciste.
    Spero che leggerai anche solo un paio dei libri che ti ho consigliato e ricordati che tutti siamo liberi di esprimere la nostra opinione su qualsivoglia tematica ma, per fare corretta informazione, sarebbe auspicabile possedere buone conoscenze pregresse.

    Alessandro

    1. Bruno

      “Ciao,
      ho letto con curiosità e attenzione le tue riflessioni. Come hai ben specificato all’inizio i tuoi dati, le tue fonti e ricerche si basano esclusivamente su materiale letto online ed arrivi, addirittura, a citare come “fonte di partenza” blog privato in cui il curatore annota riflessioni altrettanto private senza citare un minimo di biografia (com’è normale che sia, i blog non hanno come destinazione un pubblico colto ma l’intera eterogenea comunità virtuale).”

      Ciao, io invece ho letto con curiosità il tuo commento.
      Innanzitutto ti ringrazio della tua attenzione per ciò che ho scritto.
      Come ho precisato all’inizio e come hai scritto anche tu nel tuo commento, le mie riflessioni si basano esclusivamente su informazioni apprese da blog e discussioni; Queste precisazioni iniziali sono proprio un chiaro avviso ai lettori che le opinioni espresse dal sottoscritto non vogliono essere considerate “opinioni da esperto”.
      Il blog da me citato, in cui vengono descritti brevemente i due tipi di antispecismo, non mi pare faccia errori di definizione o quant’altro. Leggo spesso il blog antispecista Asinus Novus, ormai ho imparato anche io qualcosa di basilare sull’argomento.
      Inoltre, tu stesso sottolinei che un blog privato non ha come destinazione un pubblico colto. Bene, se non lo hai capito, anche quello su cui scrivo io è un blog/sito del tutto personale e non vuole assolutamente rivolgersi ad un pubblico colto e preparato su specifici argomenti. Mi chiedo dunque cosa avrebbero capito i lettori se avessi parlato Heidegger, Kant, Regan, Derrida e le altre decine di filosofi che hai citato. A quel punto, avrei pubblicato direttamente l'”articolo” su una rivista di filosofia.

      “In primo luogo, dunque, ti invito ad informarti meglio perchè, nonostante il tuo impegno sia apprezzabile, le tue analisi sono viziate da, lasciamelo dire, una radicata ignoranza generale (e generalizzata) che non ti permette, dunque, di proporre uno scritto serio, ricco e intellettualmente stimolante.
      Sono proprio le tue asserzioni di base ad essere fortemente sbagliate e nascondono , a mio avviso, una forte non-conoscenza delle tematiche proposte; personalmente non ho tempo per rispondere dunque mi limiterò a consigliarti alcuni testi, più o meno impegnativi, che potranno aiutarti a formare un pensiero serio al riguardo e non dettato da sparute letture virtuali (più o meno importanti) tanto interessanti quanto poco formative.
      Prendi i miei consigli non come un insegnamento dettato da una presunta conoscenza teoretica superiore ma come una effettiva possibilità di comprendere a fondo l’argomento in questione.
      Per quanto riguarda la Rivoluzione Neolitica e le sue conseguenze ( sei completamnte in errore quando dici che “Lo sfruttamento animale esiste da sempre”) prova con: Diamond “Armi acciaio e malattie”, “Preistoria della società europea” di Childe e, perchè no, il più generale trattato di antropologia divulgativa di Robbins “Antropologia Culturale”.
      Anche la citazione al Darwinismo è errata o meglio, l’interpretazione che fornisci del celebre libro di Darwin è molto banale e semplificata; a tal proposito consiglio (a parte la lettura del testo originale di Darwin) l’ottima spiegazione che ne fornisce Ernst Mayr in “un Lungo Ragionamento”.
      Anche l’affermazione sulla sofferenza fisica è profondamente errata e la fonte che citi non è per niente autorevole e ritengo assurdo fondare un articolo che pretende di essere serio su un blog del tutto sconsciuto. Ti rimando a i lavori di Tom Regan, a R.D Ryder, all’ecologia kantiana diUexkull a Simone Pollo ma la bibliografia potrebbe continuare di molto. D’altronde con la scienza non bisogna giocarci molto e sarebbe bene filtrare seriamente le proprie fonti.
      Non mi pare che tua abbia nemmeno molto chiara la concezione del linguaggio umano e dunque le varie differenze con quello animale. A tal proposito puoi affidarti ai filosofi neopositivisti (Carnap, Tarski ecc) oppure ad una visione strutturalista con De sausurre e Jakobson.
      Mi pare inoltre che tu sia sprovvisto di una idea filosofica riguardante la Natura (“Credo che una società davvero antispecista sia possibile solo attraverso il ritorno a scenari di vita primitiva in cui l’uomo vive effettivamente più a stretto contatto con l’animale “) dunque sarebbe il caso di approfondire il pensiero e la cultura della filosofi greca classica( a partire dai pre socratici) inizio di quel che tu tanto declami come “progresso”.
      Anche sul progresso e sull’idea di civiltà noto che hai un panorama molto rustretto e che non hai mai avuto modo di confrontarti con scritti antropologici seri; prova con Kilani “Antropologia” e De Martino con i suoi scritti sul magismo.
      La parte centrale è condivisibile, nel senso che sono tue idee dunque vanno rispettate. Permettimi solo di dirti che la posizione cartesiana è molto pià complessa di come l’hai mostrata tu e il meccanicismo, pur avendo radici nella rivoluzione scientifica, è stato fortemente appoggiato da Kant, Laplace e numerosi altri.”

      Non mi pare abbia detto in precedenza di voler proporre uno scritto ricco e approfondito e mi dispiace tanto che non ti abbia stimolato intellettualmente, ma come ti ho già detto, questa non è una rivista di filosofia. Conosco certamente molto meno di te l’argomento, infatti vedo che mi hai proposto una ventina di testi, ti ringrazio molto per i consigli. Per quanto riguarda darwin, non vedo dove le mie affermazioni sono sbagliate; sono sicuramente semplificate, come è ovvio, non credo sarebbe stato sensato fare un riassunto del libro.
      Stessa cosa per Cartesio, non vedo nulla di sbagliato. Fortunatamente ricordo ancora qualche bella lezione di filosofia del mio caro professore.

      Per quanto riguarda l’affermazione sulla sofferenza fisica, ancora oggi nessuno sa con precisione e con sicurezza l’entità del dolore che provano molti animali e se essa sia equivalente a quella umana, mi chiedo quali conoscenze abbia tu per dire che la mia affermazione è sbagliata. Inoltre, l’articolo citato a riguardo, al contrario di come sostieni, (“la fonte che citi non è per niente autorevole”) è tratto da un abstract pubblicato su Current Biology, una delle più autorevoli riviste americane di biologia: http://www.cell.com/current-biology/abstract/S0960-9822(07)02268-3 , http://en.wikipedia.org/wiki/Current_Biology

      “Evidentemente ti manca gran parte del bagaglio culturale necessario (non hai citato Heidegger, Deridda, Zizek ecc) per scrivere un articolo serio sulle tematiche antispeciste.
      Spero che leggerai anche solo un paio dei libri che ti ho consigliato e ricordati che tutti siamo liberi di esprimere la nostra opinione su qualsivoglia tematica ma, per fare corretta informazione, sarebbe auspicabile possedere buone conoscenze pregresse.”

      Questo non voleva essere un “articolo serio sulle tematiche antispeciste”, come si legge dal titolo, voleva essere una riflessione.
      Insomma, per scrivere su un blog personale i propri pensieri sulla filosofia antispecista bisogna leggere una ventina di libri, magari mi prendo anche una laurea in filosofia, perchè no?
      Ipotizziamo che al posto dell’antispecismo come oggetto di discussione ci fosse stato “il fascismo”: per parlarne, secondo te, avrei dovuto leggere un’intera bibliografia che consiste in circa un migliaio di testi.
      Un paio di libri di quelli che hai consigliato li leggerò di sicuro, sarà molto difficile leggerli tutti, credo.

      1. Bruno

        Tra l’altro, il concetto di sfruttamento è sempre manipolato dagli antispecisti quando poi il significato è chiarissimo e inequivocabile. Dal vocabolario Treccani:

        a. Ricavare da un bene naturale il maggior frutto possibile: questo terreno non è coltivato razionalmente, potrebbe essere sfruttato molto di più; con accezione peggiorativa, s. un terreno, un fondo rustico o sim. (per es., da parte di un affittuario), forzarne la capacità produttiva per ottenerne un alto rendimento immediato, depauperandone le risorse e pregiudicando il rendimento futuro.

        b. estens. Utilizzare, ai fini di un rendimento funzionale, ciò che si ha a disposizione: questo progetto non sfrutta tutte le possibilità fabbricative della zona; nella nuova utilitaria lo spazio è molto ben sfruttato; s. le risorse idriche del paese per la produzione di energia elettrica. (http://www.treccani.it/vocabolario/sfruttare/)

        Come già detto sopra da Alberto, lo sfruttamento esisteva già prima dell’uomo. E nello sfruttamento umano è cambiato solo il mezzo: prima si uccideva l’animale con un arco, oggi viene cresciuto negli allevamenti intensivi. Il fine rimane lo stesso: cibarsi. Non credo si debba leggere un libro per capirlo.

    2. Alberto

      Certo che lo sfruttamento animale esiste da sempre. Non esiste da sempre la forma organizzata e strutturata dello sfruttamento (l’uomo struttura e organizza ogni cosa ad un livello infinitamente superiore ad ogni altra specie vivente, e dunque anche pratiche del tutto ordinarie e diffuse come lo sfruttamento interspecifico e interindividuale), ma gli animali si sfruttano a vicenda da ben prima che l’uomo anche solo formulasse il suo primo “io sono”. Ci soni certe deleterie correnti superantropocentriche che vogliono trasformare ogni dato in “costruzione sociale”, ma non è così. Ci sono dati su cui la società non ha influenza neanche marginale, e l’esistenza della sopraffazione nella natura è uno di questi dati immutabili e irriducibili, come la terra che ruota su se stessa o l’espansione dell’universo.
      Se un giorno vivremo in una società orwelliana, in cui il controllo del pensiero da parte dell’uomo (o almeno di alcuni uomini) sia assoluto, allora sarà assoluto anche il ruolo della società nella costruzione dell’essere. Ma ora non è così… e se mai lo sarà, non sarà più corretto neanche parlare di “uomini”.

  2. Stefano Vaj

    L’articolo è molto interessante, ma non sono sicuro che lo specismo sia “naturale”: gli animali stabiliscono rapporti di simbiosi e/o sfruttamento *anche* con i propri cospecifici, sulla base di rapporti di natura essenzialmente individuale e/o “comunitaria”, e sino all’avvento del monoteismo i sistemi etici umani si iscrivevano in questo quadro generale. E’ in sostanza con l’avvento di quest’ultimo che si insinua l’idea che se nutro e curo il mio gatto con risorse che potrebbero salvare quattro bambini all’altro capo del pianeta faccio qualcosa di immorale, così come se utilizzo per la ricerca un embrione o un neonato anencefalo anziché uno scimpanzè sano e adulto. Ciò detto, è evidente che l’antispecismo utilitarista alla Pearce non tanto mira a riconoscere che ci sono enti animali, vegetali, minerali, o ideali che per me possono essere ben più importanti o vicini di un mucchio di cellule cui capita di appartenere alla mia specie, ma ad estendere i “diritti dell’uomo” a cerchie più o meno indefinite di animali. D’altronde, posto che è ancora troppo antropocentrico escludere ad esempio i vegetali (e privilegiare per esempio la sofferenza “nervosa” su altri tipi) questo tende alla fine a cortocircuitare il concetto stesso che i diritti non siano le tutele concrete che un gruppo accorda ai suoi membri, ma qualcosa di insito nella natura delle cose. Cfr. Indagine sui diritti dell’uomo. Genealogia di una morale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Puoi usare i seguenti tag ed attributi HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>