«

»

L’Europa futura: non crocevia di crisi ma protagonista globale (e il concorso farsa)

Raccontare l’Europa che vorrei non era tra le mie priorità; Il mio pensiero a riguardo non si discosta molto da quello del giovane europeo medio che sogna un’Europa federale. Ho scelto di tradurre le mie idee in parole dopo essere venuto a conoscenza di un concorso ideato dalla testata online eunews e dalla rappresentanza italiana nella Commissione Europea: in palio c’era un viaggio di due giorni a Bruxelles, grazie al quale avrei potuto visitare la sede del Parlamento Europeo. Sono europeista, mi interc58751f14fd9bbb347e5233b94250ba98909311cdaee14e2cf80fc7db1b427b3esso di politica a livello europeo e mi piace scrivere, oltre che viaggiare: perché non partecipare?
La lunghezza del testo deve essere tra le una e le due cartelle” diceva la pagina informativa, dove erano indicate le linee guida da seguire per partecipare al concorso. Ogni cartella equivale a 1800 battute, quindi il testo non poteva comporsi di più di 3600 battute. Ho scritto e ho controllato il numero di caratteri, scoprendo di aver superato il limite di ben 300 battute. Troppo lungo, andava tagliato. Il testo finale era composto da 3500 caratteri circa. Andava bene, poteva essere inviato.

E vennero annunciati i vincitori: la prima in classifica aveva scritto un saggio di 8400 battute, che corrisponde a circa cinque cartelle. Seguivano altri nomi, anche altri avevano superato il limite di 3600 battute. Non ho letto i contenuti, avranno anche realizzato dei capolavori, ma di sicuro non erano conformi alle regole. Per gli organizzatori quella era un’indicazione “non perentoria” e si sono scusati per essere stati “poco chiari”, sì, sono stati solo poco chiari, poco importa se hanno compromesso l’integrità dell’intero concorso. Tanto abbiamo tutti scritto dell’Europa che sogniamo; adesso credo che avrei dovuto parlare anche del mio desiderio di un’Europa senza concorsi farsa.

Di seguito, il testo inviato per il concorso.


Crocevia di crisi di riverbero mondiale, oggi l’Unione Europea si trova a fronteggiare il periodo più buio da quel 25 marzo del 1957, giorno in cui i sei padri fondatori concepirono la sua antenata. I decenni che ne sono seguiti hanno visto prendere forma quell’idea di unione economica a guida franco-tedesca, espressa qualche anno prima da Robert Schuman nella sua celebre dichiarazione, dalla quale poi avrebbe dovuto concretizzarsi una solida federazione europea. La condivisione del carbone e dell’acciaio, unita alla applicazione delle libertà fondamentali che sono alla base dell’acquis comunitario, ha reso Francia e Germania partner inseparabili, e dopo un secolo dalla terribile battaglia di Verdun è difficile immaginare una crisi capace di scalfire il loro pacifico rapporto; sono proprio i rispettivi ministri dell’economia, Macron e Gabriel che, alla luce della questione greca, hanno lanciato un importante monito: senza un’Europa sociale dotata di unione politica e fiscale, la strada che ci aspetta è lastricata di fallimenti; si tratta a mio giudizio di tasselli necessari per prevenire ulteriori crisi interne. La coppia Hollande-Merkel invece, si è resa diverse volte protagonista nell’ardua ricerca di soluzioni a crisi di portata continentale; entrambi hanno assunto un ruolo di primo piano sulla scena diplomatica, mettendo in ombra le deboli istituzioni europee. L’Unione già possiede il numero di telefono tanto agognato da Henry Kissinger, ma pochi ne terranno conto finché questa non assumerà una vera e propria forma statuale, con un proprio esercito, un unico governo ed una singola voce in politica estera: il sogno delineato nel Manifesto di Ventotene deve divenire realtà. Gli ultimi eventi, dall’enorme afflusso di rifugiati provenienti da sud alla crisi greca, hanno purtroppo svelato un’Unione disunita, forse più lontana che mai dal mio sogno federalista; le fiamme nazionaliste hanno ripreso a sfavillare, alimentate anche da misure di austerità che hanno sconquassato la credibilità dell’intero progetto europeo agli occhi di buona parte dei suoi cittadini, che ormai lo considerano mero strumento di riduzione del debito piuttosto che l’oasi di libertà e prosperità che molti di noi desiderano. La stessa libertà di movimento, consacrata nel villaggio di Schengen, è stata messa in discussione, nonostante sia a mio parere una caratteristica irrinunciabile se si vuole continuare la costruzione di un’Europa libera. L’Unione Europea dovrebbe percorrere la strada delineata dai ministri Macron e Gabriel, sospendere qualsiasi pratica destinata all’ingresso di ulteriori stati e approfondire qualitativamente, non quantitativamente, il suo progetto, continuando sulla strada della democratizzazione dei processi politici e delle istituzioni, soprattutto della Banca Centrale, rendendo più partecipe la popolazione attraverso giornate informative e permettendo a tutti gli studenti di partecipare al progetto Erasmus, con lo scopo di rafforzare l’identità europea; va inoltre abbandonata questa fede quasi religiosa nell’austerità regressiva e abbracciata con cautela una politica macroeconomica di ispirazione keynesiana, inaugurando un esteso programma di investimenti. Ma i passi più importanti vanno compiuti dagli stati membri, senza la cui cessione di sovranità l’Europa sarà destinata a rimanere in un limbo che non le permetterà di esprimere il suo potenziale di protagonista geopolitico che potrebbe e dovrebbe invece ricoprire nel panorama internazionale. L’Europa ha bisogno di un nuovo volto.

Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Puoi usare i seguenti tag ed attributi HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>