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Il flagello di Singapore

Questa è la storia di Amos Yee, un giovane ribelle singaporiano armato di videocamera, coraggio e blasfemia che ha sfidato e continua a sfidare il governo e la società dell’ex colonia inglese, sovvertendone “l’armonia sociale” a colpi di provocazioni, insulti e critiche taglienti. Tutto ha avuto inizio in seguito alla morte dell’ex premier Lee Kuan Yew, avvenuta il 23 marzo di quest’anno. Il 27 marzo il sedicenne pubblica un video intitolato “Lee Kuan Yew is finally dead!” (Lee Kuan Yew è finalmente morto!) dove critica duramente l’operato del longevo fondatore della città-stato nei suoi 31 anni di governo, soffermandosi in particolare sulle forti limitazioni imposte alla libertà di espressione, sulla profonda disuguaglianza economica da cui è affetta Singapore e sull’aumento della parte di popolazione che vive in stato di povertà. Nel video, Lee Kuan Yew viene paragonato ai maggiori dittatori della storia e a Gesù, anch’egli manipolatre assetato di potere. I paragoni sono piuttosto ingenui, semplicistici e privi di senso, ma al giovanissimo Yee va riconosciuto il coraggio di avere espresso il suo pensiero nonostante fosse perfettamente consapevole delle conseguenze a cui sarebbe andato incontro.796391-thumb-300xauto-685726
Lee Kuan Yew è morto, finalmente! Perché nessuno ha detto “Fanculo, Lee Kuan Yew è morto?” Perché sono tutti spaventati , perché se dicessero una cosa del genere potrebbero mettersi nei guai” dice Yee nella parte iniziale del video; ciò che è avvenuto in seguito gli ha dato ragione. Dopotutto non puoi permetterti di insultare il padre fondatore della tua patria e prenderti il gioco della principale minoranza religiosa se vivi nello stato posizionato al 153° posto (su 180) nella classifica mondiale sulla libertà di stampa (World Press Freedom Index). In seguito alla diffusione del video, diverse persone hanno segnalato alla polizia i suoi contenuti e con essi quelli di un’immagine che Yee aveva precedentemente caricato sul suo blog, rappresentante due figure umane, impegnate in un atto sessuale, le cui facce erano state sostituite con quelle di Lee Kuan Yew e l’ormai defunta premier britannica Margaret Thatcher. Il video e l’immagine sono stati subito censurati e Yee è stato arrestato pochi giorni dopo, con le accuse di aver “deliberatamente ferito i sentimenti religiosi dei cristiani in generale” in un video che inoltre “conteneva opinioni riguardo a Lee Kuan Yew destinate ad essere ascoltate e viste da persone che avrebbero potuto offendersi“; la terza accusa era collegata all’immagine, che secondo la Corte non rispettava la legge contro l’incitamento all’odio che “serve ad assicurare l’armonia tra la popolazione multietnica di Singapore e prevenire il ritorno della violenza razziale che caratterizzava i primi anni“. Dopo una serie di vicende giudiziarie, in cui Yee ha continuato a sfidare l’autorità aggiornando il blog nonostante il divieto, a maggio si è tenuto il processo in seguito al quale la corte ha dichiarato il sedicenne colpevole, condannandolo a quattro settimane di galera. Tuttavia, già avendo precedentemente scontato la pena in custodia cautelare, Yee è stato liberato il giorno stesso. Durante le sue disavventure legali ha più volte criticato le condizioni di detenzione, raccontando le sue esperienze attraverso facebook e il suo blog. La risposta delle autorità alla ribellione virtuale di Amos Yee ha attirato le critiche di diverse organizzazioni non governative, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, e addirittura dello Human Rights Office delle Nazioni Unite, che ha richiesto l’immediato rilascio di Yee in quanto la sua detenzione violava la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia: “Mentre riconosciamo la preoccupazione delle autorità di Singapore riguardo alla moralità pubblica e all’armonia sociale, l’OHCHR è preoccupato che le sanzioni comminate in questo caso siano sproporzionate e inappropriate in termini di protezione internazionale della libertà di espressione.” Ha ricevuto sostegno anche da Scholarism, il movimento di Hong Kong che da tempo si batte per liberare la città dalle grinfie dell’autoritarismo cinese, ma anche da tante persone riunitesi indipendentemente nelle piazze delle maggiori città del sud-est asiatico per chiedere il suo rilascio. A Singapore ha raccolto anche un gran numero di hater, come il quarantanovenne Neo Gim Huah che lo ha schiaffeggiato davanti alle telecamere perché offeso dalle parole d’odio espresse nei confronti di Lee Kuan Yew. Yee è un personaggio eccentrico, un nerd che prova un odio quasi viscerale per la società in cui è cresciuto, ed è molto compiaciuto di essere sotto i riflettori dei media internazionali e dei netizen; i provvedimenti che l’apparato giudiziario ha preso nei sui confronti sono stati assolutamente inutili e controproducenti, avendo paradossalmente dimostrato ciò che Amos Yee sosteneva, e cioè che a Singapore vi sono forti limiti alla libertà di espressione. Oggi Yee ha un nutrito bacino di seguaci e continua a pubblicare video informativi e fortemente critici su diversi aspetti della società singaporiana, conditi con espliciti insulti indirizzati principalmente all’attuale primo ministro Lee Hsien Loong, figlio di Lee Kuan Yew, e con ironiche diversioni nonsense.

Singapore svelata

Il Partito di Azione Popolare (PAP) governa Singapore da prima della sua indipendenza, ottenuta nel 1965; Lee Kuan Yew è stato il suo principale esponente, oltre che fondatore, ed ha servito come primo ministro per oltre trent’anni. L’11 settembre si sono tenute le elezioni politiche e il PAP è stato riconfermato con il 69% dei voti, trionfando con una maggioranza bulgara, conquistando 83 seggi su 89. A nulla sono serviti gli appelli di Amos Yee, che nell’ultimo mese ha concentrato tutti i suoi sforzi nel tentativo di convincere i concittadini singaporiani a votare qualsiasi altro partito pur di ostacolare lo strapotere del PAP. Contrariamente alle sue speranze, il partito è addirittura riuscito a riprendersi dallo scossone del 2011, in cui ha registrato il peggior risultato di sempre ottenendo “solo” il 60% dei voti.11102655_943905065642481_521922154123000765_n

Da piccolo villaggio di pescatori, Singapore è diventata rapidamente una delle città più ricche del mondo, con il terzo PIL pro capite. Piccola ma potente, la tigre asiatica ha uno dei livelli di corruzione più bassi ed è considerato uno dei mercati più liberi del pianeta. Nonostante fosse nato come partito socialista, il PAP ha modellato Singapore attraverso numerose riforme a favore del libero mercato, trasformando la città in una efficiente oasi capitalista. Tuttavia la libertà economica non è mai stata accompagnata dalla libertà politica: Lee Kuan Yew ha spesso usato la forza per prevalere sugli oppositori politici e lui stesso non ne ha mai fatto segreto. Il governo è sempre stato poco tollerante contro chi ha minacciato la propria supremazia e “l’armonia sociale” della città, con arresti e incarcerazioni senza processo e controllo quasi totale dei media. Il PAP ha messo le sue radici nel governo di Singapore, avendone guidato la crescita sin dalle origini, e non è azzardato sostenere che è stato il partito (o forse Lee Kuan Yew) a costruire lo stato e non viceversa. Le lingue più parlate sono l’inglese e il cinese mandarino, l’etnia maggioritaria è quella han che costituisce il 74% della popolazione, mentre i malesi e gli indiani sono rispettivamente il 13 % e il 9%. Colonia inglese dal 1819 ale 1959, Singapore è considerata punto di incontro tra la cultura individualista, positivista e capitalista della Gran Bretagna vittoriana e quella comunitarista, collettivista e organicistica tipica del confucianesimo; ne è nata una città-stato capitalista dalla ferrea disciplina, dove la “l’armonia sociale” è prioritaria rispetto alle libertà politiche della cittadinanza; i singoli possono operare e arricchirsi entro una cornice ben definita, senza però avere la possibilità di pregiudicare l’equilibrio del sistema. La storia di Amos Yee e il grande supporto che il partito ha ricevuto alle ultime elezioni ci dicono che un cambiamento non è alle porte e che gli stessi cittadini sembrano preferire lo status quo ad una società più libera.

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