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La socialdemocrazia di Bernie Sanders e il modello scandinavo

Relativamente alla società statunitense, Bernie Sanders è davvero una personalità radicale; così come Eugene Debs, suo mentore e figura di spicco tardo ottocentesca del socialismo statunitense, oggi il Senatore Indipendente del Vermont è considerato un estremista dalle idee politiche troppo rivoluzionarie, perfino dall’élite del Partito Democratico. Ingenuo idealista per i moderati centristi come Hillary Clinton e pericoloso comunista per l’elettorato repubblicano e i suoi candidati, Sanders sta scuotendo l’intera nazione.
Sebbene egli si sia pubblicamente dichiarato “Socialista Democratico”, il programma di Sanders è chiaramente di ispirazione socialdemocratica. Il senatore ha più volte sottolineato la sua intenzione di prendere spunto dalle democrazie scandinave per attuare la “Political revolution”, motore della sua campagna, e dal loro modello di sviluppo economico. Come ha notato l’autore ed ex presidente dell’American Humani2016-01-29_225742st Association David Niose, Sanders è riuscito ad “americanizzare” il socialismo attraverso una tradizione filosofica
tipicamente statunitense come quella pragmatista, dove grandi concetti teorici e discorsi idealisti fanno spazio a proposte e soluzioni concrete, ecco perché non troverete menzione di “lotta di classe” o “abolizione del capitalismo” nei suoi discorsi (le sinistre europee potrebbero trarre qualche lezione). Ma veniamo alle differenze tra Socialismo democratico e socialdemocrazia: mentre il primo prevede che la collettività debba assumere il controllo dei mezzi di produzione pur restando in un sistema democratico, la seconda si prefigge di minimizzare gli effetti negativi e disumanizzanti del sistema capitalista attraverso una serie di politiche che mirano a redistribuire ricchezza e benefici. Un esempio di socialismo democratico si torva nel Cile di Allende degli anni ’70 oppure, secondo alcuni, nel Venezuela di Hugo Chavez. Eppure Sanders ha criticato Chavez definendolo “dittatore comunista”, scatenando la rabbia dei chavisti. Ma il Senatore non è l’unico: anche l’ex primo ministro del Regno Unito Tony Blair si è definito socialista democratico; i politici sembrano molto confusi riguardo al suo significato, oppure più semplicemente questi scelgono di applicare in modo arbitrario tale etichetta alla loro ideologia. I principi socialdemocratici invece sono rappresentati al meglio nei paesi scandinavi, grazie al loro celebre modello conosciuto come modello nordico (anche chiamato più specificamente scandinavo). Prima di parlare del modello scandinavo, è importante capire la differenza tra paesi scandinavi e nordici: la Scandinavia è composta da Svezia, Danimarca e Norvegia, mentre il gruppo dei paesi nordici comprende anche la Finlandia e l’Islanda oltre ai tre prima menzionati. I paesi scandinavi sono i protagonisti di tale modello, ma anche Islanda e Finlandia condividono alcune delle caratteristiche.

Il modello scandinavo

Nel 2006 il prestigioso settimanale britannico The Economist decretava la fine del modello nordico; nel 2013, sullo stesso settimanale, questo veniva lodato come il super-modello che gli altri paesi avrebbero dovuto imitare. Libertari e conservatori hanno sempre cercato di ridimensionare i successi delle socialdemocrazie nordiche, o dando il merito esclusivamente alle caratteristiche che coincidono con la loro ideologia, oppure distorcendo la realtà, ma i fatti raccontano una storia diversa. Le monarchie scandinave sono posizionate ai primi posti nella classifica sulla libertà economica e possiedono un mercato dei beni poco regolato, questi aspetti le rendono senza dubbio economie capitaliste e non socialiste; tuttavia, è facile notare come il capitalismo scandinavo sia completamente differente da quello di origine anglosassone, in quanto profondamente influenzato dalla dottrina socialista, che tende a favorire l’equità e il benessere economico collettivo rispetto a quello individuale. C’è chi ha battezzato tale modello “Terza Via” (differente da quella blairiana), in quanto né liberista né socialista, ma credo che la denominazione migliore sia quella tradizionale: Socialdemocrazia. I paesi nordici, quelli scandinavi in particolare, hanno una lunga tradizione socialdemocratica, e i partiti che si rifacevano a questa ideologia hanno avuto un ruolo centrale nella costruzione degli stati (in Svezia il Partito Socialdemocratico dei Lavoratori ha governato ininterrottamente per circa 40 anni). Influenzata dal marxismo, la socialdemocrazia nordica ha presto abbandonato il suo intento di trasformare il sistema economico per dedicarsi a minimizzare gli effetti negativi del sistema capitalista, con un’attenzione particolare alla classe media e agli indigenti; si potrebbe sostenere che abbiano applicato la dottrina rawlsiana di massimizzazione dell’utilità delle classi inferiori. Oggi i partiti socialdemocratici scandinavi rimangano ancora tra le forze principali nei rispettivi paesi, ma competono con partiti reazionari o neoliberisti più forti. Secondo il libro “The Nordic Model – Embracing globalization and sharing risks”, le principali caratteristiche del modello nordico (che ovviamente si è sviluppato in modo differente a seconda del paese) sono 1) alto livello di spesa pubblica in rapporto al PIL, 2) altissima percentuale di lavoratori iscritti ai sindacati, 3) alto numero di impiegati statali, 4) bassi livelli di corruzione, 5) generosi programmi di welfare (che secondo il sociologo danese Esping-Andersen fanno parte di uno specifico “Welfare Socialdemocratico”) 6) grande attenzione ai diritti dei lavoratori, 7) livello di spesa pubblica destinato ad educazione e sanità pubblica superiore alla media OCSE, 8) tassazione progressiva con aliquote molto elevate e 9) corporativismo sociale (anche chiamato corporativismo socialdemocratico), ovvero una forma di contrattazione collettiva tra datori di lavoro e dipendenti mediata dal governo. Questa rete di sicurezza sociale universale costruita su un sistema di libero mercato ha fatto guadagnare ai paesi nordici i primi posti sia nelle classifiche dell’indice della felicità che in quelle dello sviluppo umano (HDI), entrambi pubblicati dall’ONU. Anche per quanto riguarda l’indice Gini, che misura la disuguaglianza di reddito, i paesi nordici si posizionano tra quelli più equi. Nonostante i principali indicatori economici, politici e sociali parlino chiaro, alcuni continuano a respingere tale realtà bollandola come mito, alcune volte portando “argomentazioni” piuttosto ridicole:

1) “Ma i paesi scandinavi hHXmDw8vanno il petrolio”
No, non è vero. Tra i paesi scandinavi solo la Norvegia ha a disposizione grandi quantità di petrolio. Certo, l’enorme profitto derivato dalla sua estrazione ha assicurato al paese un ricchissimo fondo sovrano (che vale più di 750 miliardi di euro), ma la vicina Svezia non possiede le stesse risorse energetiche, eppure ha uno dei sistemi di welfare più sviluppati al mondo. Inoltre, esiste una condizione chiamata ”Maledizione delle risorse”, che colpisce i paesi che impiegano buona parte del loro PIL alla produzione di un’unica risorsa (spesso si tratta del petrolio o gas) e quindi non diversificano la loro economia. Viene chiamata “maledizione” perché spesso questa caratteristica ha un impatto negativo sul paese in termini di distribuzione della ricchezza (si pensi al Venezuela, ai paesi del Golfo o alla Nigeria), ma la Norvegia è un valido esempio di come, in un sistema democratico, questa possa essere gestita al meglio a beneficio di tutti.

2) “Ma lì hanno i tassi di suicidio più alti al mondo”
Questo è un altro mito. Gli stati scandinavi non hanno tassi di suicidio particolarmente alti, al contrario: la Svezia si attesta al cinquantottesimo posto, mentre Norvegia e Danimarca sono rispettivamente all’ottantunesimo e ottantaduesimo.


Il programma di Sanders, il modello scandinavo e le critiche dei libertari

Ciò che Bernie Sanders sta proponendo al popolo americano non è solo una rivoluzione politica, ma anche culturale, e molti cittadini sembrano interessati a farne parte. I segni della guerra fredda sono ancora visibili presso l’opinione pubblica americana: qualsiasi cosa abbia a che fare con il socialismo è sempre guardata con sospetto o paura; i sondaggi tuttavia rivelano che la popolazione giovanile è molto più a suo agio con tale parola rispetto alle generazioni precedenti, e questo spiega in parte l’enorme successo che Bernie Sanders sta riscuotendo tra i millennials. Finanziare i suoi principali progetti, in particolare la copertura sanitaria universale e l’istruzione gratuita per tutti, richiederebbe ingenti somme di denaro, ma questo non vuol dire che sia impossibile realizzarli. Sanders ha fatto intendere, non proprio esplicitamente, che per il loro finanziamento non basterebbe tassare maggiormente il cosiddetto 1% e le operazioni speculative di Wall Street, ma anche la classe media. Alcuni studi rivelano che con un sistema sanitario pubblico e universale il contribuente americano medio ricaverebbe molti benefici economici, diversi esperti invece sostengono che il piano di Sanders sia poco chiaro e dettagliato, e rimangono fortemente scettici sugli effetti di tale riforma a livello nazionale. Che vinca oppure no, il Senatore ha il grande merito di conferire una nuova veste a tale ideologia, o meglio, di mostrare agli statunitensi che i principi base del socialismo come redistribuzione della ricchezza, equità e giustizia sociale, sono alla base di una civiltà veramente democratica, e i paesi scandinavi ne sono l’esempio. Ma mettiamo un attimo da parte il socialismo: l’attuale sistema statunitense è caratterizzato da un enorme concentrazione di ricchezza (e quindi di potere) nelle mani di pochi; numerose multinazionali riescono ad eludere il fisco indisturbate, privando la collettività di miliardi di dollari, e nello stesso tempo, soprattutto in seguito alla sentenza “Citizen United” (2010) della Corte Suprema, queste possono iniettare ingenti somme di denaro nei comitati elettorali (i cosiddetti superPAC) dei candidati, compresi quelli che ambiscono al posto nello studio ovale. L’economista Robert Solow, vincitore del premio Nobel e professore del MIT, sostiene che la società americana (ma non solo) stia per trasformarsi in un’oligarchia. Sanders è l’unico candidato disposto a invertire questo processo e ad inaugurare un percorso di democratizzazione del sistema politico, ed è anche l’unico a non essere invischiato nei giochi di Wall Street (non sorprende che il Wall Street Journal lo stia attaccando continuamente); questo lo fa apparire la persona adatta. Se Hillary Clinton un giorno sostiene di voler combattere contro l’influenza delle corporation sui candidati e il giorno dopo afferma che non c’è nulla di male se la sua campagna è stata finanziata per gran parte da multinazio12508784_10208376731766695_7262786747458639252_nnali, dimostra di non essere degna di fiducia. Come sostengono diversi analisti, la scelta tra Clinton e Sanders è una scelta tra status quo e cambiamento, non tra realismo e sogno. Si tratta di una battaglia che tra gli occidentali dovrebbe trovare consensi sia a destra che a sinistra, non solo tra i socialdemocratici, eppure non è difficile trovare liberali europei che sostengono i repubblicani. Al contrario di Sanders, nessun candidato repubblicano sembra ritenere opportuno rendere automatico il processo di registrazione alle circoscrizioni elettorali (negli Stati Uniti è necessario registrarsi per esercitare il diritto di voto) oppure mettere fine all’orrenda pratica del gerrymandering; si tratta di principi basilari per una sana democrazia contemporanea, ma pochi sembrano curarsene, compresi quelli che si definiscono liberali e democratici.

Tra i libertari c’è ancora più confusione. Dopo il ritiro di Rand Paul dalla corsa alle primarie (candidato più libertario tra i repubblicani) alcuni suoi sostenitori hanno visto in Sanders una seconda opzione, e non c’è da meravigliarsi tanto: sebbene libertari e socialdemocratici progressisti abbiano idee completamente diverse e inconciliabili per quanto riguarda le politiche economiche, spesso si trovano d’accordo sulle libertà civili. Sanders e Paul sono entrambi critici del programma PRISM della National Security Agency (NSA) e hanno posizioni meno dure nei confronti di Edward Snowden rispetto agli altri candidati. Entrambi si sono opposti al Patriot Act di Bush, credono che bisogna terminare la “guerra alle droghe”, che ha condannato ingiustamente migliaia di persone ad una vita in galera, e sono favorevoli a decriminalizzare l’uso della marijuana. Una valutazione più attenta dei rispettivi programmi, comunque, dimostra che Sanders è addirittura più libertario di Paul per ciò che concerne le libertà civili, il ché è piuttosto ironico per chi descrive se stesso con quell’etichetta.
Altri invece si sono dedicati alla demonizzazione di Sanders, accusandolo di essere comunista, di voler trasformare gli USA nel Venezuela e di altre assurdità. I libertari cultori della scuola economica austriaca solitamente si pongono le domande giuste, ma danno risposte sbagliate e incompatibili con la realtà; non c’è da meravigliarsi se uno stato fondato sui principi libertari non sia mai esistito. Secondo loro, qualsiasi problema è dovuto all’eccesso di spesa pubblica, all’intervento dello stato nell’economia o addirittura all’esistenza stessa dello stato. Prendiamo ad esempio i loophole legislativi che permettono alle corporation di eludere il fisco: questi sono senza dubbio causati dal rapporto clientelare che esiste tra il legislatore e le industrie, ma in che modo ridurre i poteri del governo potrebbe risolvere la situazione? Perché bisognerebbe abolire i regolamenti invece di introdurne di migliori? Supponiamo che lo stato assuma esclusivamente il ruolo di garante della concorrenza: chi avrebbe il compito di limitare il potere di queste multinazionali al di fuori del territorio nazionale? I politici spesso agiscono per esclusivo interesse personale, portare a termine il progetto libertario di sostanziale ridimensionamento del governo (se si parla di minarchismo) o della sua completa eliminazione (se parliamo di anarcocapitalismo) richiederebbe un processo politico, e anche in questo caso le persone coinvolte potrebbero essere guidate da interessi specifici. Eliminare lo stato creerebbe un vuoto che con ogni probabilità verrebbe riempito da individui che già ora detengono molto potere nelle loro mani, oppure dal caos totale; questo rende la fantasia libertaria anche pericolosa oltre che irrealistica. In poche parole, con una distribuzione del potere diseguale già in partenza, la delegittimazione dello stato amplierebbe le disuguaglianze e privilegerebbe una manciata di individui che non avrebbe alcuna responsabilità nei confronti della popolazione. Di redistribuire il potere non se ne parla: andrebbe contro gli stessi principi fondanti del libertarismo e inoltre richiederebbe un qualche organo legittimato ad agire.

Il problema, dunque, non è da ritrovarsi nello stato in quanto tale, ma nel modo in cui questo è governato. I risultati conseguiti dai paesi scandinavi provano che un alto livello di spesa pubblica in rapporto al PIL o numeri elevati di dipendenti statali non determinano necessariamente corruzione diffusa e stagnazione economica, come liberisti e libertari sostengono. La ricchezza prodotta dai membri della società viene distribuita più equamente, ma questo non proibisce ai milionari e miliardari scandinavi di godersi i loro profitti.
Non sappiamo tuttavia se il modello nordico potrà avere successo negli Stati Uniti; dopotutto stiamo parlando di un modello sociale ed economico strettamente legato alla cultura scandinava e alla sua storia, e sappiamo che le scienze umane e sociali non sono scienze esatte. Un modello non può essere copiato e incollato, questo dovrà adattarsi alle realtà del luogo. Se eletto, Sanders troverà molta resistenza ed avrà bisogno di un Congresso che approvi le sue politiche, senza l’appoggio dei cittadini questo non sarà possibile. Ma una cosa è certa: molti statunitensi sembrano disposti a distanziarsi dalla cultura individualista tipica degli Stati Uniti e ad accogliere con favore il cambiamento.

Change is the essential process of all existence
(cit. Spock)

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