Cosa è il TTIP: più di un trattato di libero scambio

Dalla seconda metà del diciannovesimo secolo il percorso del commercio mondiale è stato lastricato di grandi e piccoli accordi internazionali, bilaterali e multilaterali, che hanno tacitamente costruito e poi infittito il sostrato della rete di scambio globale. Sebbene, però, la stagione dei free trade agreements fosse già stata inaugurata il secolo precedente, (si pensi allo storico accordo anglo-francese Cobden-Chevalier del 1860) è negli anni ’40 del ‘900, principalmente con l’accordo Generale sulle Tariffe e sul Commercio (GATT), che vengono gettate le basi per la creazione di un ordine internazionale del commercio e si assiste alla nascita di istituzioni internazionali incaricate di promuovere, regolare e salvaguardare il libero scambio tra stati (Organizzazione Internazionale del Commercio, Organizzazione Mondiale del Commercio etc.).
In questi anni si stanno svolgendo le trattative per la siglatura del Trans-Atlantic Trade and Investiment Partnership (TTIP), considerato “il più grande accordo commerciale della storia“. L’Accordo Transatlantico sul Commercio e l’Investimento è un trattato bilaterale in corso di negoziato che coinvolge le due economie più grandi del pianeta, gli Stati Uniti e l’Unione Europea (sommate, costituiscono il 45% del PIL mondiale); Se firmato, quest’accordo garantirebbe la nascita del mercato unico più grande del mondo. Le discussioni sul trattato si tengono da più di un decennio, ma solo nel 2013 il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama e l’ex Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso hanno dato il via ai negoziati. Nonostante il loro contenuto sia accessibile esclusivamente ai mediatori delle parti contraenti, alcuni giornali sono riusciti ad ottenere diverse informazioni e a renderle di pubblico dominio; si tratta di bozze riguardanti solo pochi dei numerosi meccanismi e aspetti che il trattato andrà a tangere, modificare o implementare. L’Unione Europea invece, ha pubblicato un documento contenente le linee guida sulle quali il TTIP sarà strutturato.
Ecco cosa sappiamo:

Il Trattato prevede l’eliminazione, da parte di entramttip-nobe le parti, dei dazi doganali applicati sulle merci (attualmente già molto bassi) e delle barriere non tariffarie, ovvero quei vincoli di carattere non fiscale imposti ai beni provenienti da un mercato estero che ne impediscono o ne limitano il commercio in un determinato spazio economico. Oltre ad una generale armonizzazione delle normative, è prevista la liberalizzazione dei servizi (tranne quelli audiovisivi) e quella dei mercati degli appalti e dei servizi pubblici, che permetterà alle aziende americane e quelle europee di poter operare sul mercato straniero a parità di condizioni delle aziende nate e stabilite in quel territorio. Per quanto riguarda gli investimenti, il Trattato mira a implementare le tutele destinate agli investitori stranieri; a tal fine, l’accordo prevede l’adozione dell’Investor State Dispute Settlement (ISDS), uno strumento già utilizzato presso alcune aree di libero scambio. L’ISDS costituirà un tribunale indipendente al quale le imprese potranno appellarsi per citare in giudizio lo Stato se riterranno che questo abbia attuato politiche che ostacolano la propria attività imprenditoriale. I tribunali sono composti da tre giudici, uno scelto dalla compagnia, un secondo nominato dal governo e un terzo, scelto da entrambe. Se non vi è accordo tra le due parti sulla scelta del terzo giudice, questo viene nominato dalla Banca Mondiale.
Una disputa celebre tra gli studiosi di diritto del commercio internazionale ha come protagonista la compagnia produttrice di tabacco Philip Morris, che ha recentemente fatto causa al governo uruguayano per aver aumentato la dimensione dell’avviso di pericolosità per la salute presente sui pacchetti di sigarette e aver adottato altre misure che ne limitano la vendita. Dalla nascita del Trattato di libero scambio nordamericano (NAFTA), il Canada è lo stato che ha affrontato il più alto numero di cause da parte di colossi dell’industria e fino ad ora ha perso circa 168 milioni di dollari, oltre al denaro destinato alle spese legali.

A sottolineare gli aspetti positivi del TTIP vi sono diversi think tank e centri di ricerca, oltre a diversi economisti. Alcuni studi economici, come quello del Center for Economic Policy di Londra e dell’Aspen Institute, sostengono che il trattato incrementerebbe il volume degli scambi del 28% e che le famiglie europee percepirebbero ulteriori 545€ all’anno (alcune associazioni criticano la ricerca del Center for Economic Policy perché tale centro è finanziato principalmente da grandi banche internazionali). L’accresciuta concorrenza tra le imprese europee e quelle statunitensi, inoltre, favorirebbe l’innovazione e lo sviluppo tecnologico. La 1d632a1dabd51a0c60a6f93794acc2cf72dbdc4ff193796fb917c034Commissione Europea ha stimato un aumento del PIL dell’UE dello 0,5% e il commissario al commercio Karel De Gutch sostiene che entrambe le parti gioverebbero della creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Il vice ministro allo sviluppo economico del governo italiano Carlo Calenda ha auspicato che il negoziato venga concluso al più presto, così da intercettare gli investimenti stranieri che altrimenti verrebbero destinati ai paesi del Pacifico con i quali gli Stati Uniti stanno negoziando un trattato simile (Trans-Pacific Partnership).

Molte, però, sono le voci contrarie che si levano dalla società civile e non solo. Innanzitutto, il negoziato, sottolineano diverse associazioni, necessita di maggior trasparenza. Né il Congresso degli Stati Uniti né il Parlamento Europeo, che rappresentano rispettivamente i popoli degli USA e dell’UE, hanno accesso ai documenti. In secondo luogo, queste fanno notare che l’abbattimento delle barriere non tariffarie minerebbe gli standard di sicurezza europei inficiando la qualità degli alimenti e la protezione dell’ambiente su cui l’Unione Europea ha stabilito regole molto severe, al contrario degli Stati Uniti; è quindi ipotizzabile che si assisterà ad un’involuzione degli standard europei e a un avvicinamento a quelli meno sicuri fissati dai nostri alleati d’oltreoceano. Un esempio è il principio di precauzione adottato dall’Unione Europea, secondo cui un prodotto, prima di essere immesso sul mercato, deve essere attentamente testato al fine di valutarne gli eventuali rischi per il consumatore; negli Stati Uniti questo procedimento non è sempre garantito. Dal punto di vista della concorrenza, si sostiene che l’apertura del mercato europeo alle multinazionali americane metterebbe in pericolo la sopravvivenza delle piccole e medie imprese che si troverebbero a competere sul mercato in condizioni di grande sfavore, proprio come successo agli agricoltori messicani in seguito alla firma del North American Free Trade Agreement, il quale, inoltre, dopo venti anni dalla sua ratifica ha causato negli USA un’ingente perdita di posti di lavoro e una riduzione dei salari in alcuni settori. Ma l’adozione dell’ISDS è uno degli aspetti del TTIP che preoccupa maggiormente i suoi detrattori. Scott Sinclair, un analista del Canada Center for Policy Alternatives, ha denunciato l’antidemocraticità di tale strumento: “Abbiamo questi giudici completamente deresponsabilizzati che si occupano della cosa pubblica. Perché le industrie dovrebbero poter bypassare il sistema giudiziario nazionale?”. Oltreoceano, gli oppositori britannici al TTIP temono che l’ISDS possa mettere a rischio il Sistema Sanitario Nazionale in quanto le compagnie sarebbero legittimate a fare causa al governo se questo dovesse decidere di nazionalizzare le parti del servizio che attualmente sono in mano agli investitori privati.nhslogo
Al fine di contrastare la sottoscrizione del TTIP (e anche del CETA, l’accordo bilaterale con il Canada), più di 380 associazioni europee hanno avviato una campagna congiunta di opposizione utilizzando lo strumento dell’European Citizens’ Initiative. Nonostante la Commissione abbia giudicato inammissibile la petizione dal punto di vista giuridico, fino ad ora più di un milione e mezzo di cittadini europei provenienti da tutti e 28 gli stati membri hanno posto la propria firma. Ad esprimere la propria contrarietà a tale trattato anche Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001, che nel settembre dello scorso anno ha tenuto un discorso di fronte ai membri del Parlamento Italiano: “Con l’accordo che firmerete, o meglio, con l’accordo che gli USA vogliono che voi firmiate, rinuncerete al diritto di proteggere i vostri cittadini“.

Articolo pubblicato su Terza Pagina

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“Verso una società planetaria” di Carlo Fumian – recensione e considerazioni

Nel saggio “Verso una società planetaria“, lo storico Carlo Fumian illustra i processi di integrazione globale analizzando sia gli aspetti sociali che quelli economici. La premessa principale dell’autore, condivisa anche da Ostrahemmel e Petersson nel libro “La storia della globalizzazione” e generalmente accettata dagli storici dell’economia, è che tali processi non siano nuovi di per sé, quanto invece inediti sia in fatto di dimensioni che di rapidità nello sviluppo; la globalizzazione dunque, non è un evento a cui può darsi una data di inizio e di fine, ma un lungo processo che dura da secoli e che è divenuto oggetto di discussioni e analisi solo negli ultimi decenni. Fumian rileva nel periodo compreso tra il 1870 e il 1914, cioè tra la guerra franco-prussiana e l’uccisione dell’Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, una notevole intensificazione del percorso di integrazione globale. LeArabic_McDonalds “parole chiave” utilizzate da Fumian per illustrare il suo pensiero sono organicità e percezione. Organicità perché una lunga serie di innovazioni, scoperte, creazioni e rivoluzioni nei campi più disparati, dalla medicina al diritto e dall’ingegneria alla finanza, riguardarono in modo piuttosto eterogeneo tutto l’occidente, le sue colonie e parte dell’Asia, quindi gran parte del pianeta. Percezione perché è stato un periodo, osserva Fumian, in cui le interpretazioni dei contemporanei presero il sopravvento sulla realtà: dalle percezioni nacquero nuove idee e ideologie che inevitabilmente, con buona pace di Max Weber, “inquinarono” le fonti da cui gli studiosi di oggi hanno attinto le informazioni.

Di importanza fondamentale per l’autore è la formazione di un mercato alimentare mondiale, in cui lo scambio di carne e cereali, soprattutto grano, ebbe un incremento senza precedenti. L’intensificarsi delle relazioni economiche tra gli attori mondiali mutò il panorama economico, che divenne sempre più complesso e astratto; nacquero le prime teorie cospirazioniste, soprattutto tra le masse cittadine populiste, e cominciarono a diffondersi maggiormente sentimenti di odio nei confronti dei Robber Barons e degli ebrei, visti come principali responsabili delle crisi economiche. Nel frattempo, mentre i socialisti utopisti immaginavano (e in alcuni casi sperimentavano) forme alternative di società e metodi di produzione diversi, nasceva una comunità scientifica internazionale interconnessa, unita dalla condivisione di saperi e idee e dai sempre più numerosi incontri, convegni e seminari. È anche il periodo in cui si cercherà di creare una lingua che sia comprensibile da ogni essere umano; Fumian cita come esempi il Volapük, una lingua artificiale ideata dal prete tedesco Schleyer nel 1879 e l’Esperanto, creato da un ebreo polacco nel 1887, che avrà maggior fortuna rispetto alle lingue concorrenti (si stima che siano stati 116 i progetti di lingua pubblicati tra il 1880 e il 1914). Nacquero le prime grandi associazioni internazionali, come la Croce Rossa e la Mezza Luna Rossa, la Teosophical Society e la Rotary International. Il mondo fu diviso in fusi orari, donando all’umanità un “tempo comune”, fu inventato il telegrafo (e creata un’Unione telegrafica), venne sottoscritta la Convenzione Postale Internazionale, fu uniformata la legislazione sul copyright e venne elaborato un progetto per la fondazione del Parlamento Mondiale delle Religioni. Nella seconda parte del diciannovesimo secolo si riunì la prima corte di arbitrato, da allora molte controversie furono risolte con l’utilizzo di questo strumento. Il numero di operai sindacalizzati aumentò di molte unità, soprattutto tra il 1902 e il 1914, e nacquero le prime unioni sindacali internazionali. Lo scambio di materie prime come il carbone crebbe di 65 volte nel giro di 50 anni; grazie all’apertura dei canali di Suez e di Panama, al perfezionamento delle navi e all’invenzione di tecniche di refrigerazione, il commercio fu reso più veloce e meno oneroso.globalization1

Oggi possiamo davvero ritenerci parte di una “società planetaria”? Non proprio, a mio avviso.
Il processo di globalizzazione ha sicuramente introdotto nuove forme di cooperazione e rinforzato i legami tra popoli, questo però non ha uniformato la cultura dell’umanità; una società, per essere definita tale, presuppone una cultura comune. Attualmente viviamo in un mondo profondamente influenzato dalla cultura occidentale di stampo liberale e individualista, ma questa non è condivisa da tutte le civiltà e soprattutto non ha solide fondamenta in ogni angolo del pianeta. Chi ne fa parte è solo una minoranza, un insieme di imprenditori, giornalisti, studiosi, intellettuali, politici, scienziati e cittadini comuni (compreso il sottoscritto) provenienti soprattutto dal mondo occidentale che, condividendo una cultura cosmopolita e avendo la possibilità di viaggiare sia in rete che nel mondo reale, possono definirsi “cittadini del mondo”. Qualche anno fa il politico ceco Václav Havel, ormai scomparso, scriveva: “Oggi viviamo in un’unica civiltà globale, ma questa non è altro che un sottile strato di vernice che copre o nasconde l’immensa quantità di culture, di popoli, di mondi religiosi e di tradizioni storiche brulicanti “al di sotto” di esso“. I’intera umanità potrebbe anche aver adottato il sistema economico capitalista, ma permangono profonde differenze di lingua, religione e tradizione. Essendo spesso accompagnata da forme di imperialismo economico e di integrazione forzata, la globalizzazione viene generalmente identificata come minaccia per le culture diverse da quella di derivazione europea; questo ha fatto sì che nascessero forme di resistenza nei suoi confronti. Il mondo è ancora scosso da sanguinosi conflitti religiosi che vedono coinvolto soprattutto il mondo islamico. L’India e la Cina stanno intraprendendo politiche nazionaliste ed entrambe sembrano determinate a preservare le proprie culture nazionali, nel frattempo l’ONU continua a dimostrarsi debole e impotente nella risoluzione di controversie internazionali e l’integrazione europea viene costantemente ostacolata, anche, ma non solo, dalla decisione degli stati membri di anteporre l’interesse nazionale a quello dell’unione. È ormai chiaro che stretti rapporti economici non creano inevitabilmente omogeneità culturale e politica. Nel libro “The clash of civilizations“, il politologo Samuel Huntington intravede nella condivisione dei valori comuni di ogni civiltà la spinta per la creazione di una civiltà universale, una società che sia tollerante e rispettosa delle differenze, ma che non sia dominata dalle mire universalistiche della cultura occidentale.

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Destinazione Stelle e il Cyberpunk

Destinazione Stelle (titolo originale “The Stars my destination” o “Tiger! Tiger!”) è un romanzo di Alfred Bester scritto nel 1956. (Attenzione, contiene spoiler)

Trama

Ventiquattresimo secolo. L’uomo è divenuto padrone del sistema solare. Da lungo tempo è in corso una guerra tra i Pianeti Interni (Venere, Terra e Marte) e i Satelliti Esterni ( i satelliti di Giove, Saturno e Nettuno), guerra provocata dalla scoperta più importante di tutti i tempi, lo jaunto, ovvero la capacità degli esseri umani di teletrasportarsi con la sola forza del pensiero in qualsiasi luogo della Terra, a patto di essere a conoscenza delle coordinate. Lo Jaunto prende il nome da Charles Fort Jaunte, lo scienziato che per pura casualità scoprì questo potere.

Dopo un attacco da parte dei Satelliti Esterni, dell’astronave Nomade rimase solo lo scheletro; l’equipaggio era stato decimato e solo un uomo era rimasto in vita: Gulliver Foyle. Foyle era un giovane meccanico, lo “stereotipo dell’uomo comune” dotato di un “potenziale intellettuale bloccato dalla mancanza di ambizioni“, come si legge sui registri ufficiali della Marina dei Pianeti Interni. Restò in trappola sulla Nomade per sei mesi esclusivamente in compagnia del suo istinto di sopravvivenza. Era convinto che la sua destinazione fosse ormai la morte, ma un giorno fu costretto a ricredersi: di fronte agli occhi increduli del rozzo meccanico apparve la Vorga, una nave amica, perché, come la Nomade, anche questa era di proprietà del più potente clan della Terra: Il Clan Presteign. Foyle lanciò più volte le segnalazioni di salvataggio, ma la Vorga gli voltò le spalle e lo abbandonò al suo triste destino. Da allora in poi l’istinto di sopravvivenza fu sostituito dal sentimento di vendetta che animò Foyle per una parte consistente della sua vita. Grazie alla spinta infusagli dall’accecante bisogno di vendicarsi, Foyle riuscì in qualche modo a salvarsi, e, dopo svariate peripezie, ritornò sulla Terra, la sua patria.26_chris_moore_thestarsmydestination

Sulla Terra, Foyle cercherà in modo maldestro di distruggere la Vorga, verrà braccato, imprigionato e, dopo essere fuggito, rincorso nuovamente da potenti uomini di affari e da un funzionario del contro-spionaggio. Scoprirà che la Nomade trasportava un preziosissimo carico: lingotti di platino e PyrE, un esplosivo termonucleare molto potente che sarebbe stato decisivo nella guerra contro i Satelliti Esterni. Questo era il motivo principale per cui era ricercato, solo lui era a conoscenza della posizione di quello che era rimasto della nave e del suo carico. Foyle deciderà dunque di ritornare sulla Nomade e di impossessarsi del bottino, rimandando la sua vendetta.

Gully Foyle acquisì una nuova identità. Grazie alle ricchezze accumulate con la vendita dei lingotti di platino si trasformò in Geoffrey Fourmyle de Cerere, un nobile buffone di ceto altolocato divenuto famoso presso i circoli aristocratici terrestri per il suo circo itinerante, il Four Mile Circus (in italiano “Circo sette chilometri”). L’obiettivo di Fourmyle era rimasto quello di un tempo: distruggere la Vorga e punire l’individuo che aveva dato l’ordine di lasciarlo marcire nello spazio. Dopo una lunga serie di ricerche, Fourmyle scoprì che a dare l’ordine di abbandonarlo sulla Nomade fu Olivia, la figlia di Presteign di cui si era precedentemente innamorato durante una festa. Il desiderio di vendicarsi scomparve e in lui nacque un improvviso bisogno di redenzione. Tante erano state le brutalità commesse per raggiungere a qualsiasi costo il suo scopo. Intanto la sua copertura era saltata e si trovò solo ad affrontare l’intero sistema solare. Presteign e il Contro-spionaggio centrale esigevano i dieci chili di PyrE, l’uno per questioni di proprietà, l’altro per questioni politiche, i Satelliti Esterni lo cercavano, non solo per l’esplosivo, ma anche per il suo straordinario potere: Foyle era capace di jauntare nello spazio. Ci era riuscito senza essersene reso conto quando si trovava sulla Nomade. Uno jaunto di 900mila chilometri.
Foyle fu catturato, ma le rivelazioni dell’androide barista di casa Presteign andato in corto circuito lo aiutarono a riconsiderare il suo posto nell’universo. Con la capacità di jauntare nello spazio avrebbe potuto insegnare agli uomini come raggiungere le stelle e se loro avessero voluto seguirlo, li avrebbe guidati verso nuovi mondi da colonizzare.

La trama su scritta è estremamente sintetica; ho selezionato i punti che ho creduto fondamentali, ma ne mancano molti altrettanto importanti che ho tralasciato e non ho menzionato il resto dei personaggi per non essere prolisso.


Considerazioni

Ho potuto apprezzare il libro solo giungendo alle ultime pagine, dove il personaggio di Gulliver Foyle assume un significato diverso, quasi del tutto differente da quello che incarna in gran parte del romanzo. Foyle è un anti-eroe, un individualista egocentrico nicciano che non risparmia niente e nessuno pur di raggiungere il suo scopo. Nonostante il suo desiderio di vendetta sia avvertito dal lettore come “giusto” o quantomeno come giustificato, il meccanico stupra, tradisce e tortura anche personaggi che lo aiuteranno nel compimento della sua missione. Nell’ultima parte del romanzo Foyle diviene un personaggio dannunziano, un vate dalle sembianze e dai poteri divini che guida l’umanità verso le stelle e il lontano spazio. Da semplice uomo comune Foyle diventa un Dio. Se all’inizio del romanzo era diretto verso la morte, alla fine è diretto verso le stelle.

Della società ai tempi di Foyle si sa davvero poco: la scoperta dello jaunto ha sicuramente trasformato la Terra in un vero e proprio villaggio globale, i jauntatori più esperti possono coprire distanze lunghissime, andando da Tokyo a Helsinki in pochi secondi.
Il romanzo è stato definito precursore del genere cyberpunk (ricordo che è stato scritto nel 1956). Lo è davvero? Sì e no, secondo il mio parere.
Vediamo quali elementi cyberpunk sono presenti:

  • Ruolo importante nel romanzo ricoprono le grandi famiglie, chiamate anche clan. Ognuna possiede un proprio stemma e un proprio corpo di sicurezza. Dietro ogni famiglia si nasconde un impero industriale. Queste ricordano le famose corporazioni (Zaibatsu) tipiche della cultura cyberpunk. Alcuni esempi sono il clan Presteign, famoso soprattutto per la sua flotta di astronavi, ma anche la Bacteria Inc.
  • Quando Foyle crea una nuova identità diventando Fourmyle de Cerere egli apporta anche “qualche” modifica al suo corpo. Una parte del romanzo recita: “L’operazione era costata duecentomila crediti di bustarella al primo chirurgo della Brigata Commando marziano e lo aveva trasformato in una straordinaria macchina da combattimento. Ogni plesso nervoso era stato elettrificato, microscopici transistor e trasformatori erano stati sepolti in ossa e muscoli; alla base della sua spina dorsale c’era una minuscola spina di platino. Foyle vi collegò un alimentatore grosso come un pisello e lo accese. Il suo corpo diede il via ad una vibrazione elettronica interna che pareva quasi meccanica. “Più macchina che uomo” pensò.
    Oltre a reppresentare il lato cyberpunk più puro del romanzo, si avverte anche la componente transumanista. Dopo l’operazione Foyle è capace di fare scatti di velocità impressionanti che lo rendono quasi invisibile a chi lo osserva. Può attivare i vari poteri premendo con la lingua un pulsante situato sui denti, dove è presente un vero e proprio “pannello dei comandi”.
  •  Altro elemento, sicuramente meno importante, è l’uso di potenti droghe, oggetti comuni nel cyberpunk. Uno degli uomini ricercati da Foyle utilizza Analogo, una droga che permette a chi la assume di trasformarsi nell’animale che si desidera.

In definitiva, sebbene siano presenti alcuni elementi cyberpunk, questi non assumono grande importanza nella storia. Non è un romanzo cyberpunk, ma può essere considerato uno dei libri da cui il movimento ha tratto parte della sua essenza; a suffragare questa ipotesi vi è il fatto che William Gibson lo considera il miglior libro del genere fantascientifico, ed è molto probabile che abbia tratto ispirazione da Destinazione Stelle per la stesura dei suoi romanzi.

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Lux Leaks: come il capitalismo lussemburghese ha pugnalato alle spalle i cittadini dell’Unione Europea

Si era già consapevoli dello status di paradiso fiscale del Granducato di Lussemburgo, quel lembo di terra situato nell’Europa centro-settentrionale e ospitante poco più di mezzo milione di persone, ma solo da pochi giorni abbiamo a nostra disposizione le prove materiali di sporchi ma purtroppo legali giochi finanziari che hanno come protagonisti autorità politiche e numerosissime multinazionali le quali da anni operano nel silenzio, danneggiando indirettamente milioni di persone. Richard Brooks, ex ispettore fiscale del Regno Unito e autore del libro “The great tax robbery“, ha detto che questa è la prima volta che si riesce ad accedere così in fondo al funzionamento dei meccanismi del Lussemburgo come paradiso fiscale.

A chi dobbiamo il leaking di queste informazioni? All’International Consortium of Investigative Journalists, con il quale in futuro non mi dispiacerebbe – per niente – collaborare. Nella descrizione della sua pagina ufficiale su Facebook , l’ICIJ scrive che “combatte la corruzione attraverso il miglior giornalismo investigativo (watchdog) transfrontaliero”; sebbene la corruzione non sia l’elemento centrale di questa inchiesta, Lux Leaks è innegabilmente un ottimo esempio di collaborazione internazionale tra giornalisti. Le indagini sono cominciate all’inizio di giugno, quando 40 giornalisti si sono incontrati a Bruxelles per stilare un piano d’azione. In seguito è stato creato un forum online chiamato Enterprise, utilizzato dai membri dell’ICIJ per coordinarsi e collaborare nell’analisi dei dati raccolti. Col passare dei mesi si sono uniti altri giornalisti, e il team è arrivato a contare 80 unità alla fine di ottobre. I “watchdogs” provengono da 26 paesi diversi e hanno analizzato, con l’aiuto di esperti di finanza, circa 28mila pagine di documenti.Icij

I file hanno rivelato che negli ultimi decenni le autorità del Granducato hanno offerto accordi vantaggiosi, strettamente riservati, a più di 340 multinazionali, permettendo a queste ultime di ridurre significativamente la quantità di tasse dovute agli stati in cui operano. Ufficialmente il Lussemburgo ha una percentuale di tassazione del 29%, ma i documenti hanno dimostrato che ad alcune aziende è stato concesso di pagare meno dell’1% di tasse sui profitti depositati nel suo territorio. Solo nel 2012 la compagnia della moda Coach Inc. di New York ha pagato 250mila euro di tasse su 36 milioni di euro depositati nel piccolo stato, quindi meno dell’1%; più in generale, nello stesso anno, la totalità delle compagnie americane ha erogato alle casse lussemburghesi 1,04 miliardi di euro su un totale di 95 miliardi di profitto, superando di poco l’1%.
Tra le multinazionali coinvolte più conosciute troviamo Apple, Amazon, Coca-Cola, IKEA, Caterpillar, FedEx, Verizon e Pepsi; la maggior parte è statunitense e inglese, ma ci sono anche aziende italiane come D&G e FIAT, attualmente sotto indagine da parte dell’UE. Anche la famiglia più ricca del Belgio, la dinastia miliardaria de Spoelberch, vicina alla famiglia reale, ha beneficiato dei servizi di riduzione delle tasse risparmiando milioni di euro.
Ad operare tra le autorità lussemburghesi e le multinazionali è stata scoperta la compagnia di revisione di bilancio PricewaterhouseCooper, i cui consulenti giocano un ruolo fondamentale, aiutando centinaia di imprese a creare strategie finanziarie per aggirare il fisco.

Ovviamente dietro la concessione di questi vantaggi finanziari ci sono persone con nome e cognome, e molti di questi sono noti . In questi giorni gli occhi dei media e dei leader europei sono tutti puntati su Jean-Claude Juncker, il nuovo presidente della Commissione Europea eletto il 25 maggio e membro del Partito Popolare Europeo, gruppo democristiano di centro destra in maggioranza nel Parlamento. Il neo presidente è stato primo ministro del Granducato per 19 anni, questo lo rende uno dei principali colpevoli della frode legale ai danni dei cittadini europei.
A mio avviso questa formidabile inchiesta dimostra principalmente due cose:

A livello europeo, Juncker, e il suo paese con lui, ha tradito gli altri stati membri. Il Lussemburgo è uno dei paesi fondatori dell’UE, questo rende il colpo ancora più difficile da digerire per gli europeisti come il sottoscritto. Il principio di solidarietà è stato violato e profondamente umiliato in nome dei profitti e uno degli artefici è stato l’attuale presidente della Commissione europea, una delle cariche più importanti. È come se l’Unione si fosse autoinflitta un durissimo colpo. Juncker dovrebbe assolutamente dimettersi, ma sarei più soddisfatto se il Parlamento Europeo attuasse una mozione di censura, dimostrandosi così un’istituzione sana e vicina ai cittadini. Il presidente del gruppo dei Socialisti e dei Democratici Gianni Pittella ha minacciato di sfiduciare il presidente se non chiarirà subito la sua posizione, ma rimango perplesso di fronte alla richiesta di chiarimenti: è stato lo stesso Juncker a ribadire che i governi lussemburghesi hanno agito nella legalità, questo vuol dire che egli da priorità alle entrate del proprio paese, cosa inammissibile per una carica come la sua che, essendo sovranazionale, dovrebbe perseguire gli interessi dell’Unione nel suo insieme e non privilegiare un singolo stato membro. La nuova commissione è in carica da pochissimi giorni, sostituire i membri non sarebbe per niente traumatico.
Come ha illustrato Bernard Guetta su Internazionale, l’Unione Europea ha una moneta unica, condivisa dai paesi dell’Eurozona, ma non un sistema fiscale comune. Qualcuno, magari sostenitore di Giannino, potrebbe obiettare che una tassazione così bassa come quella del Lussemburgo attiri imprese straniere che investono e offrono servizi in Europa e che un suo aumento determinerebbe la loro fuga. Non sono per niente d’accordo: se i 28 stati membri adottassero tutti la stessa percentuale di tassazione (per esempio il 25%), queste mega-corporazioni sarebbero costrette a depositare parte del loro fatturato in Europa riempiendo le casse di tutti gli stati e non solo quelle del piccolo Granducato. Fuggire e interrompere le loro attività non gli converrebbe: non possono rinunciare alle centinaia di milioni di clienti che vivono nel vecchio continente e un aumento dei prezzi potrebbe deporre a loro sfavore. Certo, esistono altre decine di paradisi fiscali oltre al Lussemburgo, ma almeno non ne avremmo uno nella nostra comunità. La risposta è un’Europa più unita, ne abbiamo bisogno ora più che mai.

A livello sistemico, Lux Leaks è l’ennesima dimostrazione che il sistema capitalistico è tutt’altro che perfetto. L’esistenza di paradisi fiscali è solo uno dei sintomi di un sistema sempre più malato, soprattutto nella sua versione neoliberista, e prova una volta per tutte che le imprese sono sempre alla ricerca di appigli che possano favorirle, trovandoli quasi sempre nelle istituzioni statali. La concorrenza perfetta così diviene un miraggio e un ossimoro e le richieste di regolamentazione cadono inascoltate. Mentre gran parte dei leader europei annunciano tagli allo stato sociale, alle spese per l’istruzione e ai sistemi sanitari, riducendo così il livello di benessere generale, i CEO di grandi multinazionali stringono accordi segreti, sottraendo centinaia di miliardi di euro a centinaia di milioni di persone. È vero, Jeff Bezos ha è un genio e grazie alla sua idea è riuscito a creare un’azienda come Amazon che può far arrivare a casa il nostro libro preferito in poche ore, ciò non lo esime dal pagare una giusta quantità di tasse alla collettività, come fanno lavoratori in ogni angolo del mondo; persone che magari non creano posti di lavoro, non investono, non hanno avuto idee geniali, ma sono il fondamento della società e contribuiscono al suo progresso materiale. Il concetto di classe è anacronistico, questo credevo fino a poco tempo fa, ma forse dovremo cominciare a riutilizzarlo: esiste una piccola percentuale di popolazione che possiede enormi ricchezze, ma non le merita. Secondo alcune persone “tassare è solo un altro modo di derubare”, se fossi in loro analizzerei meglio la situazione, qui il ladro è qualcun altro.
Cattura

Nel frattempo personaggi dalla dubbia integrità mentale (vedi immagine) elogiano il presidente Juncker, fino ad innalzarlo ad “eroe dei nostri tempi”, non rendendosi conto che quelle 340 multinazionali hanno danneggiato anche la sua persona. È un commento che non mi aspetterei da un liberista sano di mente, visto che anche le piccole e medie imprese che si trovano in difficoltà nel pagamento delle tasse sono state prese in giro da una subdola concorrenza sleale paradossalmente legale. Queste persone sono i nemici dell’Unione Europea, persone che vogliono distruggere lo stato di diritto e il welfare, privatizzare qualsiasi azienda pubblica e creare un’utopia capitalista dove le corporazioni sono libere di agire come credono, senza regole. L’unico beneficio? Le tasse sarebbero basse, ma solo per le grandi imprese.
Se stiamo tornando ai livelli di disuguaglianza sociale presenti nella prima metà del diciannovesimo secolo, forse la colpa è di qualcuno. E no, non è del popolo Rom, dei redditi di cittadinanza o dei sindacati.
Ogni volta che ci verrà annunciata la mancanza di risorse per finanziare la nostra università o il servizio sanitario nazionale non ci resterà che ridere, ridere come pazzi e ricordare Lux Leaks e i suoi protagonisti.

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La sinistra svedese vince le elezioni, ma a trionfare è l’estrema destra

Dopo otto anni il Partito Socialdemocratico Svedese dei Lavoratori ha nuovamente ottenuto la maggioranza dei seggi del Riksdag, il parlamento monocamerale svedese. La coalizione di sinistra “rosso-verde”, che oltre al partito socialdemocratico comprende il Partito dei Verdi e il Partito della Sinistra, ha conquistato il 43,7% dei voti, mentre la coalizione di centro destra “Alleanza per la Svezia” capitanata dal gruppo di maggioranza uscente, il Partito Moderato, ha raggiunto il 39,3%. In seguito alla sconfitta, il primo ministro uscente Reinfeldt e il ministro delle finanze hanno annunciato le loro dimissioni.
Il partito nazionalista di estrema destra Democratici Svedesi ha visto più che raddoppiare i suoi sostenitori che sono saliti dal 5,7% delle elezioni del 2010 al 12,9%, risultando quindi il terzo partito più scelto dai cittadini del paese scandinavo. Il Partito Femminista, unico nel suo genere nel panorama politico europeo, si è fermato al 3,1%, non superando quindi il paletto del 4% previsto dalla soglia di sbarramento del parlamento svedese. I Verdi, dal canto loro, hanno subito un’amara sconfitta ottenendo il 6,8% dei voti, percentuale più bassa di quella delle scorse votazioni.

Con il suo 31,2% di voti, il partito socialdemocratico è quello che ha avuto maggior successo tra gli elettori, tuttavia non ha ottenuto la maggioranza assoluta; in Svezia (come in Danimarca) il diritto pubblico prevede che il governo nasca anche senza avere la maggioranza in Parlamento, basta che la maggioranza non sia contraria. Questo sistema è chiamato “Parlamento negativo”. Nonostante ciò difficilmente quello nuovo sarà un governo stabile e in grado di gestire la res publica senza particolari turbolenze e ostacoli nei prossimi quattro anni di mandato. Il leader dei socialdemocratici Stefan Löfven, ex sindacalista e futuro primo ministro, ha già annunciato che è in cerca di alleati, ma proverà a formare un governo senza coinvolgere l’estrema destra. “Dobbiamo cooperare all’interno della coalizione” ha detto questa mattina “Ora ha inizio il processo di formazione delle alleanze tra partiti e non solo entro i confini della coalizione. Questo è ciò che dovremmo fare“. Löfven ha aggiunto che considera i verdi come “partner naturali”, ma che “la sua mano è tesa” anche ad altri partiti democratici, soprattutto verso quelli dell’Alleanza.
All’interno della coalizione rosso-verde le divergenze di pensiero non mancano: mentre i verdi si oppongono strenuamente all’energia nucleare, i socialdemocratici la sostengono. Inoltre uno dei principali obiettivi del Partito della Sinistra è proibire ogni tipo di privatizzazione nei settori del welfare finanziati dallo stato, cosa che trova in disaccordo gli altri due membri della coalizione.

Il trionfo dell’estrema destra non ha sorpreso molto. Le elezioni europee di Maggio hanno documentato un crescente sostegno verso partiti nazionalisti e xenofobi in molti paesi europei, e la Svezia non sembra aver preso una strada diversa. La campagna elettorale dei Democratici Svedesi si è basata soprattutto sull’immigrazione, alla quale il partito si oppone fortemente. La Svezia è uno dei paesi più accoglienti del mondo per i migranti e la sua politica estera ruota in buona parte intorno al rispetto e alla diffusione dei diritti umani: dal Settembre 2013, ad esempio, tutti i rifugiati provenienti dalla Siria hanno diritto ad un alloggio. Questa tradizionale politica di apertura verso i migranti, unita all’aumento della disoccupazione, soprattutto tra i giovani, ha creato terreno fertile per la nascita e lo sviluppo di sentimenti reazionari e di opposizione al multiculturalismo.

Articolo pubblicato su Libero Pensiero

 

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Il modello delle civiltà di Samuel Huntington e l’attuale conflitto ucraino

Quello di Samuel Huntington è un nome che ogni studente di scienze politiche ha sentito o letto almeno una volta; Il politologo di Harvard, ormai deceduto, è solitamente citato in relazione al suo libro di maggior successo “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale” (The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order) pubblicato nel 1996 e divenuto oggetto di molteplici lodi ma anche di forti critiche.

Il mondo post guerra fredda di Huntington è un mondo multipolare tutt’altro che proteso alla pace. L’esportazione della cultura occidentale avvenuta negli ultimi secoli attraverso il processo globalizzazione non ha prodotto un’unica civiltà universale culturalmente omogenea ma ha innescato una serie di “crisi d’identità” presso le principali civiltà del pianeta; queste ultime trovano nella propria cultura un appiglio capace di mettere da parte le divisioni interne, rinsaldare i rapporti e formare un’identità comune da opporre a quella dell'”estraneo”. Criticando l’universalismo occidentale, Huntington sottolinea che modernizzazione non è sinonimo di occidentalizzazione:
se oggi la modernizzazione ha preso piede in gran parte del mondo, diversamente accade per gli usi, i costumi e la cultura occidentale che spesso vengono respinti dalle altre civiltà.
Non è difficile trovare fondamentalisti islamici che utilizzano computer fabbricati da multinazionali americane per pianificare attentati contro l’occidente, oppure vedere jihadisti predicare l’uccisione degli infedeli europei guidando un’auto tedesca.

L’essenza della civiltà occidentale è la Magna Charta, non il BigMac. Il fatto che i non occidentali possano divorare il secondo non ha alcuna attinenza con la loro accettazione della prima“.

Secondo Huntington in futuro gli esseri umani si identificheranno principalmente in base alla civiltà di appartenenza e non all’ideologia, come avvenuto per gran parte del ventesimo secolo. Il politologo americano individua ben nove civiltà: occidentale, islamica, ortodossa, sinica, indù, buddista, giapponese, latinoamericana e (forse) africana. Ognuna di esse possiede delle proprie peculiarità culturali che solo in rari casi possono conciliarsi con quelle delle altre.sell-fig09_x008
Le probabilità di conflitto saranno maggiori tra la civiltà occidentale e islamica, mentre saranno minori tra quella latinoamericana e quella occidentale alla quale la prima deve la propria eredità religiosa, linguistica e istituzionale.
Huntington individua due livelli di conflitto tra civiltà: I conflitti di faglia e i conflitti tra stati guida. I primi sono scontri che si verificano a livello locale, i secondi invece si manifestano a livello globale tra gli stati guida delle civiltà.
Un esempio di conflitto di faglia è la guerra scoppiata nei balcani in seguito alla disgregazione della Jugoslavia nel 1991. Questo conflitto ha visto come protagonisti i croati, i serbi e e gli bosniaci che durante tutta la durata della guerra sono stati sostenuti sia moralmente che logisticamente e militarmente dalle rispettive civiltà di appartenenza.

In modo simile può essere letto l’attuale conflitto in Ucraina.
Nel 1996 Huntington aveva ritenuto molto alte le probabilità dello scoppio di una guerra civile in Ucraina a causa della differenza culturale esistente tra la parte occidentale e quella orientale del paese. Criticando la scuola realista delle relazioni internazionali, che nelle sue analisi spesso esclude i fattori culturali, scrive:

Un approccio basato sulle civiltà […] tende a rimarcare la profonda cesura culturale che divide l’Ucraina orientale ortodossa e l’Ucraina occidentale uniate […] Il modello fondato sulle civiltà sottolinea la possibilità che l’Ucraina si spacchi in due, una divisione che la presenza di fattori culturali farebbe immaginare più violenta di quella cecoslovacca“.

Nel libro, Huntington pone nella parte centrale dell’Ucraina la linea di faglia che separa la civiltà occidentale da quella ortodossa. La parte occidentale dell’Ucraina è stata in passato sotto il dominio polacco, lituano e astroungarico. Alla fine del sedicesimo secolo i polacchi intrapresero in quei territori un processo di cattolicizzazione alla quale la Chiesa Ortodossa rispose stabilendo a Kiev l’accademia Mogiliana (scuola ortodossa di filosofia, teologia e altre arti) per espandere la propria influenza.
Oggi la maggior parte della popolazione dell’Ucraina occidentale aderisce alla Chiesa Uniate che, pur essendo ortodossa, riconosce l’autorità del Papa e parla principalmente ucraino; i cittadini della parte orientale invece si affidano all’istituzione religiosa ortodossa, sono in buona parte russofoni e geograficamente più vicini alla Russia che all’Europa.
La divisione del paese è riscontrabile anche nei risultati elettorali.
Nelle elezioni parlamentari del 1994 il candidato nazionalista Leonid Kravciuk trionfò nelle regioni occidentali ottenendo anche il 94% delle preferenze, ma subì pesanti sconfitte nelle tredici regioni più orientali, dove era uscito vincitore il candidato Leonid Kuchma la cui lingua madre era il russo.
Nelle ultime elezioni del 2012 il “Partito delle Regioni” del filorusso Janukovych ha vinto nelle regioni orientali e perso in quelle occidentali, dove hanno trionfato il partito della liberale europeista Tymoshenko e il partito nazionalista pro NATO Svoboda che ha raggiunto il 38% in Galizia orientale.

Ieclash-of-civilizationsri il presidente russo Vladimir Putin ha pronunciato parole abbastanza dure nei confronti dell’occidente e in queste ore la NATO si sta preparando per dispiegare contingenti militari sui territori degli stati membri dell’Europa orientale affinché possano far fronte ad un’invasione russa dei paesi baltici. La possibilità che questo conflitto di faglia si trasformi in un conflitto tra stati guida su scala globale non è poi così remota.
Lo scenario delineato da Huntington ne “Lo scontro delle civiltà” è abbastanza pessimista, ma è plausibile. Aldilà del determinismo culturale che caratterizza alcuni punti del suo pensiero e da cui mi distanzio, diviene sempre più chiaro che la cultura è uno dei fattori determinanti per molti conflitti, non solo per quello Ucraino. Il conflitto israelo-palestinese e l’avanzata dello stato islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) in medio oriente hanno alle loro spalle motivazioni principalmente culturali; probabilmente il modello delle civiltà assumerà un ruolo sempre più centrale in futuro, anche se non sostituirà completamente gli altri tipi di identità, come quella ideologica, che sono caratteristici dell’essere umano.

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Psycho-Pass: l’anime postcyberpunk di Gen Urobuchi

Makishima Shogo: “Per me questa città è come una parodia. Mi ricorda la metropoli di un romanzo che ho letto in passato.

Choe Gu-Sung: “Magari un romanzo di William Gibson, ad esempio?

Makishima Shogo: “Forse più un testo di Philip K. Dick. Non è così totalitaria come la società descritta da Orwell, ma neanche così selvaggia come quella di Gibson

Non sono un grande appassionato del fumetto e del cartone animato giapponese. Ai manga, ma soprattutto agli anime, ho sempre preferito e continuo a preferire le produzioni occidentali; tuttavia, quando la fantascienza, ma soprattutto il sottogenere cyberpunk, incontra l’arte giapponese possono nascere dei capolavori, o comunque delle storie che riescono ad attirare non poco la mia attenzione. Da un incontro del genere è nato l’anime “Psycho-Pass”.

Come osservato dal principale antagonista della serie nel dialogo trascritto sopra, il mondo di Psycho-Pass non è selvaggio e distopico, non ha nulla a che vedere con quello presentato in Neuromante, il cielo non appare come “il colore della televisione sintonizzata su un canale morto” e il bar all’angolo non ospita ogni genere di criminale, anzi. La Tokyo del futuro appare una città quasi perfetta: la disoccupazione è pressoché inesistente, l’utilizzo di organismi geneticamente modificati e l’automatizzazione della produzione hanno portato il Giappone ad una situazione di autosufficienza economica e sviluppo industriale senza precedenti, il governo e l’apparato giudiziario sono affidati ad un “sistema informatico” chiamato Sybil System, capace di individuare i delinquenti latenti e prevenire i crimini; ciò ha portato la società a livelli di sicurezza mai raggiunti prima in tutta la storia dell’umanità. Il sistema ha anche la capacità di assegnare ad ogni cittadino il lavoro che più gli si addice dopo un test psicologico atto a valutare le abilità della persona. Al fine di individuare ed arrestare i criminali che potrebbero destabilizzare l’equilibrio raggiunto dalla società giapponese, il dipartimento di pubblica sicurezza si è dotato di diverse sezioni anticrimine. Le sezioni anticrimine sono composte da due ispettori e da diversi esecutori che sono ai loro ordini. Gli esecutori sono persone che hanno un livello di criminalità troppo elevato per essere libere, ma essendo abili investigatori sono utilizzati come “cani da caccia” al servizio degli ispettori. Le sezioni anticrimine hanno come unica arma a loro disposizione i Dominator, pistole controllate dal Sybil System utilizzabili esclusivamente dagli agenti e dotate di un particolare scanner (lo Psycho-Pass) che individua i criminali ai quali non è permesso vivere in libertà.1032300-980x300

La società “utopica” di Psycho-Pass però non è neanche totalitaria come quella orwelliana. Oltre alla massiccia presenza di scanner nelle strade della città e alla possibilità molto limitata da parte delle persone di scegliere il proprio lavoro, ognuno vive con una certa libertà la propria vita privata. Se in 1984 di Orwell ogni tentativo di ribellarsi al sistema è destinato a fallire miseramente, ciò non è vero in Psycho-Pass. Forse è proprio questo che intende Shogo Makishima nella sua conversazione.
Se – quasi – ogni angolo della casa di Winston Smith è strettamente controllato, in Psycho-Pass coloro che non vogliono sia analizzato il proprio profilo psicologico possono essere relativamente al sicuro nella propria abitazione o nel proprio club/locale preferito.

Ma il Sybil System è davvero impeccabile e “giusto”?
Le persone ritenute pericolose per la società vengo detenute in istituti di riabilitazione dai quali pochi riescono ad uscire. La maggior parte muore suicida o viene giustiziata perché considerata irrecuperabile. Molto spesso, quando il sistema reputa una persona estremamente pericolosa, il Dominator può solo sparare proiettili letali. Inoltre appare chiaro fin da subito che le vittime dei crimini diventano a loro volta criminali a causa della violenza subita.
Esistono infatti dei movimenti di resistenza nei confronti del Sybil System che contestano il sistema per la sua disumanità e ingiustizia.

La protagonista dell’anime è Akane Tsunemori, una ragazza che avendo superato il test del Sybil System con un punteggio estremamente alto, ha a disposizione diverse opzioni lavorative, tra queste sceglie il posto di ispettore della pubblica sicurezza nella prima sezione anticrimine.
Insieme all’esecutore Shinya Kogami e i suoi colleghi affronterà una serie di vicende che la porteranno a scoprire la vera realtà del sistema, a metterlo in discussione ed a porsi interrogativi etici e morali sul tipo di organizzazione sociale adottato dal suo paese negli ultimi decenni. La sezione anticrimine troverà i maggiori ostacoli al proprio lavoro nel cinico, colto e astuto individualista Shogo Makishima e nel suo abile complice hacker Choe Gu-Sung, entrambe nemici e strenui oppositori del sistema.2014-07-15_003843

Sulla scia di altri anime (Ergo Proxy, ad esempio) all’interno di Psycho-Pass sono presenti numerose citazioni di intellettuali, filosofi e sociologi europei tra cui Pascal, Kierkegaard, Weber e Rousseau, menzionati soprattutto dal principale antagonista Makishima e da Kogami, suo principale rivale.
Interessante è il monologo del cyborg ultracentenario Toyohisa Senguji, personaggio secondario, che riassume in un’intervista la filosofia transumanista sia dal punto di vista pratico e materialista, facendo riferimento al suo corpo quasi del tutto artificiale, che dal punto di vista spirituale, citando Platone e l’avvicinamento a “Dio”.
I riferimenti alla cultura Cyberpunk sono diversi: oltre al dialogo tra Makishima e Choe Gu-Sung, nella seconda puntata si può notare quello che sembra essere un floppy disk con su scritto “Johnny Mnemonic”, personaggio dell’omonimo romanzo di William Gibson, inoltre è molto probabile l’ispirazione all’anime Ghost in the shell.

Nel complesso è un anime che ho apprezzato moltissimo. Le uniche pecche sono il soundtrack (una componente che reputo fondamentale negli anime e nei videogiochi) che ho trovato non molto adatto a questo genere, i personaggi troppo stereotipati e, anche se di minor conto, la consueta “esplosione “ delle vittime in seguito ai colpi d’arma da fuoco, un ingrediente splatter ereditato da Ghost in the shell e assolutamente privo di senso, soprattutto in un mondo dove maggiore è la violenza, maggiore è il livello di stress che assumono i testimoni degli omicidi divenendo così più vulnerabili all’aumento del livello di criminalità.

È stata prodotta una seconda stagione che verrà trasmessa in Giappone dall’Ottobre di quest’anno.

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Riflessioni su Euromaidan e la crisi ucraina

Dmitri Trenin, direttore del Carnegie Moscow Center, ha definito la crisi ucraina “forse il peggior punto della storia Europea dalla fine della Guerra Fredda”. Pochi eventi sul territorio europeo, dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, hanno portato a livelli di tensione internazionale così elevati; tra questi la guerra del Kosovo nel 1996 e la più recente guerra russo-georgiana del 2008, entrambe genitrici di migliaia di vittime militari e civili. Da un punto di vista di perdite umane questi conflitti sono stati sicuramente i più gravi. Tuttavia, sia per gli interessi in ballo, sia per il numero e l’importanza geopolitica dei protagonisti, l’attuale crisi per gli equilibri internazionali sembra essere potenzialmente più pericolosa di quanto non lo siano stati i conflitti degli anni precedenti.

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La situazione attuale vede la Crimea (regione peninsulare a sud dell’Ucraina) annessa alla federazione Russa in seguito ad un referendum plebiscitario. Secondo una recente votazione dell’Assemblea Generale dell’ONU solo 11 paesi nel mondo riconoscono legale il referendum mentre 58 si sono astenuti e i restanti 100 non riconoscono la secessione. Gran parte dei soldati utilizzati nel controllo del territorio erano già di stanza nella regione come previsto da un accordo stretto tra Russia e Ucraina, mentre altri sono giunti dalla Russia dopo l’autorizzazione del Consiglio Federale alla richiesta di intervento di Putin. Secondo alcune fonti ci sarebbero alcune migliaia di soldati russi schierati oltre il confine orientale dell’Ucraina. La situazione è abbastanza tesa: Il neo-presidente ad interim Turčinov ed il Primo ministro Yatsenyuk insediatisi al governo dopo il “colpo di stato” ritengono che quella russa sia stata una vera e propria invasione e che il referendum non abbia alcuna validità; l’esercito ucraino è stato costretto dai militari russi ad abbandonare la Crimea. L’occidente non ha dimostrato di avere un linea diplomatica forte, soprattutto l’Unione Europea si è dimostrata piuttosto debole non essendo riuscita a dare una risposta unitaria a quanto successo.

Qui sotto dedicherò alcune righe ad un breve riassunto sull’origine della questione ucraina, in modo tale da mettere cronologicamente in ordine gli eventi e sistematizzare la mole di informazioni che abbiamo acquisito nelle ultime settimane. [Fonte principale: Il Post]

L’inizio di #Euromaidan

La serie di manifestazioni (chiamata Euromaidan) in Ucraina è nata in seguito alla mancata firma da parte del Presidente Yanukovic dell’accordo di associazione¹ con l’Unione Europea. Ciò ha scatenato la reazione di una parte della popolazione che il 21 Novembre 2013, in parte guidata dai leader dei partiti dell’opposizione, si è precipitata nelle strade di Kiev ed ha protestato contro la decisione del governo mettendo in mostra bandiere ucraine e dell’UE e urlando diversi slogan antigovernativi o a favore dell’Europa. Con il passare dei giorni il numero dei partecipanti alla manifestazione è aumentato raggiungendo, secondo i leader dell’opposizione, le 500 mila presenze² chiedendo le dimissioni di Janukovic e il ritorno alle elezioni; Nel frattempo il leader del partito di centro-destra europeista “Patria” Arsenij Jacenjuk ha tentato attraverso metodi più convenzionali, ma senza successo, di sfiduciare il governo con una mozione. La protesta ha avuto luogo principalmente a Maidan Nezalezhnosti (in italiano Piazza Indipendenza)³ che in seguito è divenuta simbolo della manifestazione. Il governo ha prontamente schierato le forze speciali Berkut per contrastare l’avanzata dei manifestanti che hanno successivamente formato barricate e occupato palazzi governativi.
Avvenimento di grande rilevanza simbolica è stata la distruzione a colpi di martello di una statua di Lenin ad opera di uomini a viso coperto, quasi sicuramente membri di gruppi di estrema destra. Questo è un evidente segno dell’esistenza in alcuni ucraini di un odio viscerale nei confronti della Federazione Russa sotto le quali vesti si nasconderebbero ancora le mire imperialiste e accentratrici di quella che un tempo fu l’Unione Sovietica. Durante i primi giorni di Dicembre la polizia ha cominciato a mostrarsi più aggressiva smantellando le barricate erte dai manifestanti in Piazza Indipendenza e sferrando attacchi con manganelli e cannoni d’acqua. I manifestanti si sono difesi con il lancio di pietre, oggetti contundenti di ogni tipo e soprattutto molotov, anch’esse divenute in qualche modo simbolo di Euromaidan. Intanto vari esponenti dell’Unione Europea e il Segretario di Stato John Kerry hanno ammonito Yanukovic dopo aver utilizzato la forza per contrastare la ribellione. Janukovic ha poi tentato la strada del compromesso con gli oppositori politici, ma i leader dell’opposizione, soprattutto l’ex pugile Vitalij Klyčko guida del partito liberale Udar, hanno rifiutato, adducendo agli ingiustificabili e violenti tentativi di sgombero utilizzati dal governo attraverso le truppe Berkut.

Dopo un breve periodo di relativa pace in piazza, le proteste sono riprese con veemenza gli inizi di Gennaio in seguito all’approvazione di una legge che autorizzava a punire severamente chiunque protestasse, anche pacificamente. Questa legge è stata definita repressiva dall’UE e gli USA. Sono ripresi gli scontri con la polizia che questa volta hanno causato centinaia di feriti da entrambe le parti; il giorno dell’entrata in vigore della legge la situazione è peggiorata. Verso la fine di Gennaio si sono cominciati a registrare i primi morti e sul web sono comparsi video di manifestanti maltrattati dalla polizia, intanto i leader di Patria e Udar hanno rifiutato rispettivamente i posti di primo ministro e vice primo ministro offerti da Yanukovic a patto che cessassero le manifestazioni. Invece di estinguersi, le manifestazioni sono scoppiate in altre città del paese, principalmente nella parte centrale ed occidentale dell’Ucraina e in alcune di queste sono stati occupati edifici istituzionali. Dopo alcuni giorni la legge che riduceva le libertà di manifestazione è stata abolita e il primo ministro Mykola Azarov si è dimesso, ma i manifestanti hanno perseverato. A causa degli scontri si sono cominciati a registrare i primi morti, nella notte tra il 18 e il 19 Febbraio si suppone siano morte 25 persone e che più di 200 siano state ferite, i giorni successivi gli scontri si sono fatti ancora più violenti e le parti in “guerra” hanno iniziato ad usare armi da fuoco oltre le molotov, i lacrimogeni e le pietre. Alcune fonti hanno parlato di più di 100 morti. In Europa gli stati più attivi nella risoluzione della crisi sono stati Francia, Germania e Polonia i cui ministri degli esteri si sono riuniti con i capi dell’opposizione e con il presidente Janukovic per una tregua, gli altri ministri degli esteri, alcuni esponenti dell’EU e gli USA hanno considerato “possibili sanzioni”. Tramite la mediazione degli stati sopracitati, governo e opposizione sono riusciti a raggiungere un accordo: la Costituzione del 2004 (che da maggiori poteri al Parlamento) è stata ripristinata, è stata deliberata un’amnistia per le persone arrestate durante le manifestazioni, si è formato un nuovo governo e sono state pianificate nuove elezioni per il 25 Maggio. In Parlamento è stata poi approvata una legge che ha consentito la scarcerazione di Yulia Tmosenko. L’ormai ex presidente è fuggito da Kiev, ma continua tutt’ora a considerare la sua carica legittima nonostante sia ricercato per strage di massa e molti uomini del suo partito gli abbiano voltato le spalle accusandolo anch’essi di quanto successo negli ultimi mesi.

La mia posizione sulla faccenda è esplicata qui di seguito

La natura ideologica dei protagonisti di Euromaidan è stata (e lo è ancora) oggetto di dibattito tra coloro che hanno seguito i fatti ucraini con interesse, ma anche tra coloro che trattano l’argomento con le solite “chiacchiere da bar” e si schierano o dalla parte dell’occidente oppure dalla parte della Russia basandosi sui prestigiosi articoli letti su VoxNews⁴ o sugli autorevoli servizi mandati in onda da Studio Aperto. Il clima attuale nel mondo delle opinioni sulla crisi ucraina è da guerra fredda: molti sostenitori dell’una e dell’altra parte esprimono la loro visione bianca o nera della vicenda come farebbero in una disputa sportiva. Pillola rossa o pillola blu. Viva Putin o Viva la libertà (la NATO).

Personalmente credo che nella questione ucraina possano essere individuate due fasi, l’una avente come centro degli eventi la rivoluzione di Piazza Indipendenza e l’altra, quella attuale, con i riflettori del mondo puntati sulla Crimea. Ovviamente le cose sono strettamente intrecciate, ma ci sono variazioni significative dal punto di vista della diplomazia internazionale.
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Vorrei inaugurare questi miei “appunti” di riflessione su Euromaidan e la crisi ucraina partendo dagli attori che hanno animato la protesta sin dall’inizio. Innanzitutto va detto che manifestanti non possono essere definiti “nazisti o “fascisti”, si tratterebbe di una generalizzazione piuttosto azzardata, già adottata dalla propaganda russa e filorussa soprattutto in queste ultime settimane. Va anche scartata l’ipotesi secondo cui Euromaidan sarebbe stata in parte finanziata dagli USA o dalla NATO o che sia stata addirittura una messinscena; questa teoria è effettivamente verosimile, considerando gli interessi che l’Occidente avrebbe in un’Ucraina lontana dall’influenza russa (e considerando che gli Stati Uniti hanno spesso agito in questo modo), ma non ci sono prove che dimostrino ciò: il malcontento popolare è reale. I manifestanti hanno agito uniti per conseguire un obiettivo comune, ma ideologicamente non sono e non erano affatto omogenei, tra di loro vi erano diverse “correnti”: tra le file più aggressive vi erano innanzitutto i militanti di Svoboda, Pravi Sector, Splina Sprava e altri movimenti di estrema destra , poi i sostenitori dei partiti di centro destra più europeisti come Patria e UDAR. Non va sottovalutata anche la presenza di cittadini apartitici, secondo me tra i gruppi più numerosi. Il fotografo russo Ilya Varlamov ha descritto così la rivolta in piazza Indipendenza: “A Kiev ci sono tutti e tutti insieme: potete vedere tifosi di calcio, pensionati, impiegati. Un’amabile signora versa liquido incendiario nelle bottiglie molotov dei nazionalisti, il manager di una grande azienda sta portando rifornimenti a uno studente.”

È importante sottolineare che Euromaidan non rappresenta la voce di tutto il popolo ucraino: altre regioni del paese sono popolate da maggioranze russofone e filorusse; queste alle ultime elezioni hanno contribuito in modo decisivo alla vittoria del Partito delle Regioni⁵, tradizionalmente filorusso e legato territorialmente a determinate regioni del paese (da come si può intuire dal nome). I cittadini ucraini sostenitori di Yanukovic, o quantomeno di Mosca, hanno successivamente organizzato contro-manifestazioni nelle maggiori città dell’est e del sud a sostegno del governo. La frattura si è manifestata soprattutto negli ultimi anni, quando è arrivato il momento di decidere se avvicinarsi maggiormente all’Unione Europea e quindi all’occidente, o se rimanere agganciati al grigio sistema post-sovietico. Ma la causa di questa divisione va individuata in particolari avvenimenti che si sono succeduti lungo il trascorrere dei secoli, quindi per comprendere sufficientemente ciò che sta accadendo in Ucraina ritengo che ci si debba affidare alla storia.
L’area eurasiatica, data la sua particolarità geografica, più di altri luoghi è stata storicamente testimone di frequenti e repentini cambiamenti degli assetti territoriali, a seguito della nascita e della dissoluzione di molti stati e principati, di conquiste da parte di dominatori stranieri e di conflitti religiosi, anche a causa della vastissima eterogeneità culturale. Qui di seguito elencherò alcuni avvenimenti che hanno giocato un ruolo fondamentale nella formazione dello stato ucraino come lo conosciamo oggi:

-Una prima impronta è stata lasciata nel 13° secolo dal declino della Rus’ di Kiev, lo stato europeo più esteso e uno dei più prosperosi dei primi secoli del millennio che riuniva diverse tribù slave e scandinave.
La parte occidentale dello stato, corrispondente all’odierna Ucraina, fu sottomessa dai polacchi e dai lituani mentre la parte orientale, che corrisponde a parte della Russia di oggi, fu invasa da Mongoli e Tatari.
In seguito all’invasione la parte occidentale finì per rimanere sotto il controllo polacco-lituano, tuttavia ciò che era rimasto della Rus’ di Kiev sopravvisse grazie alla resistenza di alcuni che, spostandosi più a nord, fecero di Mosca il nuovo centro di potere.

-Al conflitto territoriale seguì quello religioso nel 1596. Le autorità religiose del regno polacco attuarono un grande processo di cattolicizzazione della parte orientale del regno, l’attuale Ucraina Occidentale; l’ortodossia moscovita rispose con l’istituzione, a Kiev, dell’Accademia Mogiliana per difendersi dall’espansionismo cattolico occidentale.

-Altra frattura territoriale si ebbe nel 1654. In parte del territorio dell’attuale Ucraina si estendeva il Cosaccato ucraino, uno stato semi-autonomo; durante la guerra tra il regno polacco e il Gran principato di Mosca la parte orientale del cosaccato fu ceduta ai russi.

-Nel 1795 l’impero zarista s’impadronì della parte ad est del fiume Dnepr, all’epoca territorio polacco mentre l’Impero Austro-ungarico acquisì la Galizia orientale.

-Alla conclusione della Prima guerra mondiale l’Ucraina divenne uno stato indipendente, ma dopo pochi anni fu riannessa all’Unione Sovietica attraverso l’invasione dell’Armata rossa.

-Durante la seconda guerra mondiale l’URSS respinse l’invasione tedesca della parte occidentale dell’ucraina, molto ambita da Hitler per le riserve di grano. Nel contesto si inserì l’esercito insurrezionale ucraino (UPA) guidato da Stepan Bandera il quale agiva in funzione anti-sovietica.

-Nel 1954 la Crimea fu ceduta alla Repubblica socialista Ucraina dal presidente Chruščёv nonostante la maggior parte della popolazione fosse russa. [Fonte: Andrea Franco – Limes]

Infine nel 1991, a seguito di un referendum, l’Ucraina divenne uno stato pienamente indipendente dall’Unione sovietica. I risultati del referendum mostrano dati significativi: il 92% degli abitanti del paese votarono per il “sì”; le regioni poste più ad occidente raggiunsero il 96-98% di approvazione, mentre nelle regioni più orientali si registrò un minor numero di propendenti all’indipendenza e addirittura in Crimea solo il 54% degli abitanti si dimostrò favorevole. Questi numeri sono figli di secoli e secoli di storia che hanno visto parte dell’Ucraina influenzata culturalmente da regni e imperi dell’Europa centro-orientale essenzialmente cattolici e parte legata alla “Madre Russia” e alla fede ortodossa.
Oltre a questi fattori vi è un’ulteriore elemento divisivo: la ricchezza. Un po’ come il nord Italia e il Mezzogiorno, l’Ucraina è divisa in un ovest più povero ed agricolo ed un est più industrializzato e ricco di risorse minerarie, (soprattutto ferrose) territorio che ha visto fiorire l’industrializzazione russa alla fine del diciannovesimo secolo. Durante il ventesimo secolo le risorse sono state sfruttate dall’Unione Sovietica attraverso l’invio di lavoratori russi che hanno poi finito per stabilirsi nel paese.

Anche dal punto di vista elettorale i dati parlano chiaro. Nelle ultime elezioni i partiti più europeisti e anti-sovietici hanno prevalso nelle regioni occidentali e, nella regione più povera, la Galizia, Svoboda ha raggiunto circa il 38% di preferenze; è facile quindi immaginare il perché della reazione di buona parte del popolo ucraino che ha visto salire al potere un partito filorusso poco interessato a migliorare le condizioni dell’altra parte del paese. I nazionalisti ucraini non agiscono tanto per un sentimento di appartenenza alla parte Occidentale dell’Europa quanto per liberarsi dall’influenza della Russia, ma soprattutto del suo antenato, l’Unione Sovietica, artefice nel passato di continue aggressioni e colpevole della tragedia dell’Holodomor, la grandissima carestia che colpì l’Ucraina nel 1929.

Abbiamo visto i movimenti di estrema destra abbattere le statue di Lenin sparse sul territorio ucraino e assaltare le sedi del partito comunista ucraino e di quello social-democratico, abbiamo anche visto manifestanti filorussi sventolare bandiere con falce e martello e manifestare sotto le poche statue del leader rimaste, ma anche aggredire degli stranieri solo perché di lingua inglese americana. Giunti a questo punto sorge spontanea una domanda: l’attuale Russia e il suo presidente sono comunisti? Assolutamente no. Ciò che la nuova Russia e il suo presidente hanno ereditato dalla vecchia URSS sono gli aspetti meno comunisti e più fascisti; sembra infatti che il comunismo sovietico, la sua storia, la sua simbologia e i suoi miti siano utilizzati da Putin e compagni esclusivamente in chiave anti-occidentale, soprattutto anti-americanista, abbandonando i contenuti propri dell’ideologia in discarica.
Il “comunismo” di Putin è imperialista e nazionalista, è scevro da tutti gli ideali originari che possano essere collegati al marxismo-leninismo, è una sorta di Stalinismo 2.0, una versione meno totalitaria ma altrettanto autoritaria e conservatrice. Ovvero non è comunismo. Non è una coincidenza che il presidente russo sia lodato e acclamato dalle destre estreme di mezzo mondo.
L’aspettativa di vita di un russo è intorno ai 64 anni, la mortalità infantile è ad alti livelli, intere aree del paese sono completamente abbandonate dallo stato, le minoranze etniche e sessuali sono discriminate, la povertà è dilagante e la libertà è estremamente limitata. L’attuale Russia di Putin è socialmente in decadenza e non ha un’identità, ma ha l’ambizione di ergersi ancora una volta a nemesi del liberalismo occidentale e questo sembra bastarle.
1907564_10203592480999130_625185931_nLa rivoluzione di Euromaidan prima e la crisi in Crimea poi, sono state e sono ancora “terre” di scontro tra due blocchi, anche se il blocco ideologico è unico, quello liberale, e il secondo non è altro che un gigante semi addormentato con le idee poco chiare che è mosso dall’intento di far sapere che non è morto e che, anzi, conta ancora molto sullo scacchiere internazionale. L’invasione della Crimea (sì, checché se ne dica è stata un vera e propria invasione) ha dimostrato che la Russia può facilmente ottenere ciò che vuole, rimanendo impunita sia per l’interdipendenza economica che la lega con i paesi occidentali sia per il persistere, sul piano internazionale, di un’Organizzazione delle Nazioni Unite impotente e poco incisiva (si veda il meccanismo del veto). Le “sanzioni” minacciate da Obama e da alcuni paesi europei stentano ad essere chiamate tali: si tratta di atti perlopiù simbolici che non danneggiano affatto lo stato sanzionato; Putin sapeva bene che nessuno sarebbe ricorso a vere sanzioni nonostante invadendo la Crimea abbia violato 2 trattati internazionali e 2 principi fondamentali:

1) Il Memorandum di Budapest del 1994, nel quale l’Ucraina accettò di cedere alla Russia il proprio arsenale nucleare risalente al periodo dell’URSS⁶ e in cambio la Russia le garantì l’inviolabilità delle frontiere.
2) La Convenzione di Helsinki del 1975, in cui venne sancita inviolabilità delle frontiere degli stati europei.
3) e 4) Il principio del divieto di uso della forza e il principio di non ingerenza, entrambi contenuti nella Carta dell’ONU.

Il Referendum del 16 Marzo che ha sancito l’annessione della Crimea alla Federazione Russa conta poco sul piano del diritto internazionale: i soldati russi hanno vietato l’ingresso degli osservatori ONU nella regione e le autorità crimeane hanno scelto di utilizzare teche trasparenti per la raccolta dei voti rendendo così il processo di dubbia regolarità. A questo punto è difficile credere che il 97% circa degli abitanti della Crimea sia davvero favorevole all’annessione. Nonostante ciò, va preso atto che gran parte dei crimeani effettivamente non si sente Ucraino e preferisce essere indipendente da Kiev, come dimostrato da un recente sondaggio. Se il processo di voto fosse stato realizzato con trasparenza e i risultati avessero dimostrato una maggioranza favorevole alla secessione, la Crimea avrebbe potuto avvalersi del principio di autodeterminazione dei popoli, uno dei principi fondamentali in seno allo Statuto dell’ONU.

Il governo nazionale insediatosi dopo la destituzione di Yanukovic è composto da membri dei maggiori partiti della vecchia opposizione al Partito delle Regioni; alcuni incarichi (vice primo ministro, ministro della difesa, viceministro delle risorse minerarie) sono stati conquistati anche da rappresentanti di Svoboda, il partito di estrema destra antirusso. Putin ha utilizzato questo pretesto per giustificare la violazione dei confini ucraini, sfruttando la propaganda per diffondere la notizia che i cittadini di etnia russa fossero minacciati dai nazionalisti ucraini. Non c’è dubbio che l’attuale governo sia illegittimo perché non eletto e che una componente fascista al suo interno sia pericolosa, ma non ha molta importanza: il 25 Maggio si terranno le elezioni nazionali, la cui trasparenza verrà probabilmente monitorata da osservatori esterni.
Dopo ciò che è accaduto in Crimea il nuovo governo ha prontamente firmato l’accordo di associazione con l’Unione Europea, ma per quanto riguarda un suo ingresso credo ci sia molta strada da fare. Dubito che le prossime elezioni segneranno un cambiamento rivoluzionario nella politica ucraina, ciò che auspico è che nel prossimo futuro il paese si avvicini all’Unione Europea e ne venga influenzato per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani, delle libertà fondamentali e della giustizia.
Ma perché Putin ha deciso di agire in questo modo nei confronti dell’Ucraina? Credo che si sia sentito minacciato dall’avanzare dell’Unione Europea e del mercato occidentale presso i suoi confini, non a caso “Ucraina” significa “regione di frontiera”. Il paese è visto come una sorta di “stato cuscinetto” tra Russia e mondo occidentale e Mosca non è disposta a vederlo in mano al “nemico ideologico”. Alcuni giorni fa il ministro degli esteri Lavrov ha proposto, durante un incontro con il sottosegretario di stato USA Kerry, che l’Ucraina diventasse una federazione, un’idea che trova anche la mia approvazione. Tuttavia la decisione è di esclusiva competenza delle istituzioni ucraine che per ora hanno risposto con un secco “no”.

In questa storia l’Unione Europea è uscita vincitrice in ambito economico, ma perdente in ambito politico. Le mosse della Ashton sono state tardive ed inconcludenti, mentre si è dimostrata più utile la cooperazione intrapresa indipendentemente dai ministri degli esteri degli stati membri.
Inoltre l’Europa si è resa conto di essere eccessivamente dipendente dal gas russo e quindi di poter cadere vittima dei ricatti del Cremlino. Proprio per questo il deputato socialista Hannes Swoboda ha sottolineato che l’Unione ha l’urgenza di trovare altre fonti energetiche che ci sleghino da quelle russe, in particolare ha fatto presente che va velocizzata la realizzazione del gasdotto Nabucco che, partendo dall’Azerbaijan e passando attraverso la Turchia e la Romania, non intersecherà il territorio russo.

Ma il punto principale è un altro: che futuro si prospetta per l’Ucraina? Il paese è prossimo alla bancarotta e la politica è un gigantesco conflitto di interessi. Dietro i maggiori partiti del paese si nascondono i finanziamenti e il supporto di potenti uomini d’affari, la stessa Timošenko ha intrapreso la strada politica subito dopo essere entrata nel mondo imprenditoriale. Il suo partito è supportato da Poroshenko, chiamato anche “Re del cioccolato” per la società di semi di cacao che gestisce, ed ha già ricoperto diversi ruoli politici pochi anni fa. Quest’ultimo, secondo un sondaggio, sarebbe il favorito alle prossime elezioni con circa il 20% delle preferenze; al secondo posto ci sarebbe UDAR, il partito dell’ex pugile Klitschko, finanziato da Dmytro Firtash, altro importante magnate ucraino. Brutte notizie invece per Dart Vader che non ha potuto candidarsi a causa di alcune irregolarità nel processo di iscrizione. Peccato, sarebbe stata una rivoluzione positiva per l’Ucraina.
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¹ Gli accordi di associazione dell’Unione Europea (European Union Association Agreements), una volta firmati, non sanciscono l’ingresso del paese firmatario nell’Unione Europea ma danno l’avvio ad una maggiore cooperazione tra le due parti contraenti, sia in campo economico, spesso anche attraverso l’istituzione di un area di libero scambio, che in campo politico, sociale e culturale. Dietro la mancata firma dell’accordi di associazione con l’UE si nascondo principalemente motivazioni politiche ed economiche; la prima parte delle proteste ha visto l’Ucraina contesa dall’Unione Europea e dalla Russia. L’offerta di Putin alternativa a quella dell’UE e firmata poi da Yanukovic prevede 15 miliardi di investimenti in titoli di stato ucraini e la vendita di gas a prezzi stracciati (più di quanto avveniva da tradizione), questi soldi farebbero molto comodo al paese vicinissimo alla bancarotta. Tuttavia l’accordo con l’UE, anche se non garantisce enormi benefici istantanei, rappresenterebbe un rinnovamento dell’economia e della politica del paese attualmente tutt’altro che trasparenti, guidate da oligarchi senza scrupoli e da una corruzione dilagante.
Putin dal canto suo non vede di buon occhio un’area di libero scambio tra UE ed Ucraina, in quanto economicamente danneggerebbe il commercio russo e geopoliticamente vedrebbe per l’ennesima volta un ex stato sovietico finire nella sfera di influenza occidentale.
(le ex repubbliche sovietiche di Estonia, Lettonia e Lituania fanno parte dell’UE e hanno sottoscritto il patto atlantico, coì come la Polonia, la Romania e l’Ungheria un tempo legate alla Russia mediante il patto di Varsavia)
L’Ucraina si è trovata in una sorta di “limbo” non essendo strettamente legata né alla occidente tramite l’adesione alla NATO né alla CSI (Comunità degli Stati Indipendenti, che comprende alcun ex repubbliche sovietiche) da cui è uscita ultimamente.

² Le stime riguardanti il numero di persone che prendono parte ad una protesta di forte ed evidente matrice politica non sono per nulla affidabili, soprattutto se fornite da chi ne prende parte o da chi vi si oppone. In ogni caso, alcuni giornali stranieri hanno confermato la presenza di centinaia di migliaia di persone.

³ Piazza Indipendenza è stata chiamata erroneamente da molti giornalisti “Piazza Maidan” (Maidan in ucraino vuol dire appunto “piazza”)

⁴ VoxNews è forse uno dei peggiori siti di “informazione” italiani sulla rete da cui attingere notizie riguardanti il mondo della politica. La redazione è palesemente di estrema destra e tra un’informazione falsa e l’altra è facile scovare la vena omofoba, razzista e discriminatoria dei gestori.

⁵ Il Partito delle Regioni è un partito filorusso che ha la sua principale base elettorale nelle regioni dell’est e del sud dell’Ucraina. È finanziato da Rinat Akhmetov, l’uomo più ricco del paese e il 39° più ricco del mondo.

⁶ Dopo la caduta dell’Unione Sovietica l’Ucraina diventò la terza potenza nucleare del mondo grazie all’arsenale nucleare depositato all’interno del suo territorio

Note a posteriori
-Ho dimenticato la questione jugoslava, altrettanto grave se non di più. Il numero delle vittime fu molto elevato.
-Ho sbagliato a citare il principio di autodeterminazione dei popoli in quanto, generalmente, è un diritto che veniva riconosciuto ai popoli che hanno subito la colonizzazione europea. Nonostante ciò, dice Conforti, in futuro potrebbe essere plausibile una sua applicazione nelle questioni di regionalismo e separatismo all’interno degli stati.

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Una panoramica sul cospirazionismo contemporaneo – analisi socio-politica (Parte 2)

Attenzione! Attenzione! Tutti i cittadini sono tenuti a presentarsi ai Centri di detenzione di appartenenza! Non tornate nelle vostre case; non contattate nessuno! Non usate alcun cellulare o dispositivo GPS! Arrendetevi subito! Attenzione! Di qui per i campi!

Questa è l’introduzione del brano “New World Order” del gruppo thrash metal “Megadeth” che ho pubblicato alla fine della prima parte di questo articolo. Da grande fan mi duole molto prendere tale band come esempio della sempre più ampia diffusione del cospirazionismo nei diversi ambiti della cultura. Il testo tratta soprattutto, ma non solo, della teoria del complotto delle “FEMA coffins” (bare della FEMA) nata e diffusa negli Stati Uniti ma poco conosciuta all’estero.
Nel video alcuni cittadini americani sono costretti dall’esercito governativo a dirigersi immediatamente verso un campo di concentramento perché privi dei chip RFID (Radio Frequency IDentification) senza il quale non si è considerati persone aventi diritti. Il mandante di questa cospirazione è il presidente degli USA, nello stesso tempo anche capo del Nuovo Ordine Mondiale.
Una volta raggiunto il campo, le persone vengono chiuse all’interno delle “Black FEMA boxes”, delle bare della FEMA ( Federal Emergency Management Agency) ovvero l’ente federale per la gestione delle emergenze. È così che i Megadeth denunciano un olocausto in salsa americana tutt’ora in atto.

Poveri abitanti di Chicago, verranno seppelliti tutti

La teoria sembra essere apparsa per la prima volta alla fine del 2007, poi nel 2008 ha avuto maggior diffusione. Non tutti all’interno della compagine complottista concordano sull’uso delle “FEMA coffins” : alcuni credono che queste fungano da bare per le vittime statunitensi di una ipotetica futura guerra batteriologica altri credono serviranno in seguito ad un disastro naturale di cui il presidente è a conoscenza.
Alex Jones, regista statunitense, è un cospirazionista abbastanza famoso nel suo paese e uno dei massimi teorici delle Fema coffins; ha pubblicato documentari riguardanti vari argomenti, dal Nuovo Ordine Mondiale all’attentato dell’11 Settembre delle torri gemelle.
Egli sosteneva che ci fossero circa 500.000 bare di proprietà della FEMA in un deposito di Madison, nello stato della Georgia, e che il numero così elevato indicasse un’imminente disastro nascosto al pubblico dal governo che avrebbe colpito i cittadini americani.
Dopo queste dichiarazioni, che hanno provocato non pochi allarmismi, la teoria ormai condivisa da molte persone si è rivelata essere una bufala.

Le “bare” in realtà non sono di proprietà del governo bensì dell’azienda Vantage Products Corporation che produce materiali per l’industria funeraria, come si può leggere sul loro sito.
Il vicepresidente delle operazioni dell’azienda, Micheal Lacy, ha fatto presente che non si tratta di vere e proprie bare ma di involucri destinati a contenerle allorquando il terreno dei cimiteri dovesse dimostrarsi poco resistente o semplicemente per rallentare il processo di deterioramento della bara. Inoltre precisa che il numero di unità stoccate è di circa 80 mila e non di 500 mila.
Vi sono altre teorie complottiste che coinvolgono la FEMA, come quella che accusa l’ente governativo di aver costruito un campo con camere a gas e di possedere treni-prigione. Sono tanto surreali quanto false. Il “campo di concentramento” è in realtà una prigione in Corea del Nord, mentre i treni-prigione non sono altro che treni adibiti al trasporto di automobili.conspiracy-this-640x480

L’installazione di microchip sottocutanei, menzionati nella canzone, fanno parte di un’altra teoria cospirazionista tornata in auge dopo l’elezione di Barack Obama a presidente degli USA il quale, secondo i teorici, avrebbe inserito nella sua riforma sanitaria (la cosiddetta “Obamacare”) una legge che prevede l’installazione obbligatoria di microchip sottopelle per “controllare la popolazione”. Ma come si può leggere nel testo della riforma la parola “CHIP” è utilizzata semplicemente come acronimo di “Children’s Health Insurance Programme” e non c’è alcun accenno all’installazione di alcunchè.

Facendo un salto temporale e spaziale oltreoceano, precisamente nel 2013 europeo, quello attuale sembra essere un periodo di particolare fermento culturale nei circoli complottisti nostrani. Sono passati pochi giorni dall’epica manifestazione modenese dei circa 300 individui che hanno protestato contro le scie chimiche, il nuovo ordine mondiale, l’ONU e gli ebrei. Quest’ultima però è stata preceduta dalla cosiddetta “rivoluzione” dei forconi.
Il Movimento dei Forconi e il resto dei coordinamenti, associazioni , gruppi e partiti che hanno organizzato e aderito alla giornata nazionale di dissenso sono chiaramente espressione di un malcontento generale di buona parte della popolazione che nutre un odio viscerale verso la classe politica nazionale ed europea, gli slogan sono i classici del populismo moderno, utilizzati anche dal movimento 5 stelle per la propria campagna elettorale; non me la sento di annoverare le proteste del 9 Dicembre tra quelle di matrice complottista, nonostante ci fossero parecchi elementi che potrebbero far pensare il contrario.
Andrea Zunino, uno dei “pezzi grossi” del movimento siciliano, ha rilasciato un’intervista in cui lamenta della morsa sionista dalla quale l’Italia non riesce a liberarsi e della condizione di schiavitù rispetto alle banche. Ovviamente non poteva mancare il riferimento al signor Rotschild, la nemesi per qualsiasi complottista che si rispetti.
Leo Zagami, altro personaggio che ha aderito alle proteste dei forconi a Roma, ha parlato di colpo di stato, massoneria e “poteri forti”.
Oltre a questi personaggi, anche partiti della destra estrema come CasaPound e Forza Nuova tradizionalmente ancorati a quello che è il complottismo antisemita hanno aderito alla manifestazione; il cospirazionismo ha un posto riservato nel cuore dell’estrema destra, Adolf Hitler è uno dei massimi rappresentanti. Nel suo Mein Kampf il baffuto cancelliere del terzo Reich dipinge l’ebreo come qualcosa di diverso e alieno rispetto al cittadino tedesco, come fosse un pericoloso parassita insidiatosi all’interno dell’apparato burocratico tedesco e della stampa intento a distruggere e imbastardire il paese con le proprie idee e il proprio sangue. Ma l’antisemitismo, al contrario di quanto si pensi comunemente, era presente decenni prima fuori dai confini della Germania e già si opponeva a presunte cospirazioni.
Quello che può essere considerato la Bibbia dell’antisemitismo cospirazionista è l’insieme di documenti chiamati “Protocolli dei Savi di Sion”, un falso libro creato dalla polizia segreta zarista Ochrana agli inizi del ventesimo secolo in Russia col fine di screditare la parte riformista della Russia più propensa ad abbracciare il modello liberale antimonarchico, successivamente i Protocolli furono usati anche contro il movimento rivoluzionario bolscevico.
All’interno vi sarebbe scritto il piano di un piccolo gruppo di anziani ebrei per sovvertire l’ordine mondiale attraverso la diffusione dell’ideologia liberale, anti-patriottica e quindi mondialista e internazionalista.
I Protocolli furono scoperti essere falsi poco dopo la pubblicazione, tuttavia durante il ventennio dei totalitarismi molti partiti dell’estrema destra (tra i quali alcuni esponenti del fascismo) lo utilizzarono come prova del complotto sionista. Tutt’oggi sono ritenuti originali da molti movimenti neonazisti di gran parte del mondo e presso molti gruppi politici del mondo arabo.
Parte del materiale utilizzato nei Protocolli è preso dall’opera di satira politica “Dialogue aux enfers entre Machiavel et Montesquieu” del francese Maurice Joly, dal romanzo “Biarritz” dell’antisemita tedesco Hermann Goedsche e da “Der Judenstaat” dell’ebreo ungherese Theodor Herzl.

Più degli altri schieramenti politici, i partiti dell’estrema destra usano le teorie della cospirazione nella loro retorica, nei loro discorsi e nelle loro costruzioni ideologiche” (Eatwell, 1989, pp.71-72; Cuminal, Souchard, Wahnich and Wathier, 1997, pp.73-77) “Queste includono teorie come la manipolazione nascosta dei Massoni,il Nuovo Ordine Mondiale, il controllo ebreo del settore finanziario e la globalizzazione” (Katz and Mair, 1995) .

Di data più recente invece è il complotto del “Piano Kalergi”, nato e diffuso anch’esso tra gli ambienti dell’estrema destra europea (ad esempio in Alba Dorata) . Secondo Gerd Honsik, politico austriaco e militante di diversi partiti neonazisti del suo paese, dietro i processi che hanno portato alla nascita dell’Unione Europea ci sarebbe una cospirazione messa in atto da alcuni uomini, primo tra tutti il politico austroungarico Richard Nikolaus von Caudenhove-Kalergi (1894-1972), mirata a distruggere l’identità dei popoli europei attraverso l’immigrazione di massa per far spazio ad un’unica razza negroide eurasiatica dominata dall’aristocrazia ebraica.
In realtà quella di Kalergi era una semplice visione personale che in quel tempo, alla stura della seconda guerra mondiale, era contrapposta a quella Hitleriana che vedeva nella purezza razziale e nell’ultranazionalismo un’ideale positivo. Infatti il politico austriaco immaginò un futuro scenario mondiale dominato da 5 soggetti geopolitici: Gli Stati Uniti D’Europa con le colonie francesi in territorio africano, il Commonwealth britannico, l’Unione Sovietica eurasiatica, un’Unione panamericana e una sino-giapponese. Nell’attuale Unione Europea nessuno ha intenzione di distruggere l’identità culturale dei popoli e soprattutto non esistono “piani segreti” che costringano i popoli a mescolarsi per formare un’unica razza. Kalergi sperava in un’Europa unita e pacificata lontana da guerre e inimicizie interne, l’unione paneuropea immaginata prevedeva il rispetto della diversità culturale e delle minoranze etniche.
Questa teoria della cospirazione è utilizzata da estremisti di destra per spiegare la nascita dell’Unione Europea e per opporsi al numero sempre maggiore di immigrati che giungono in territorio europeo dall’Africa e dal vicino oriente.IMM2
Attraverso la manipolazione del testo e altri artifici, Honsik e i suoi fan hanno reso Kalergi il “mostro” che non era. Ecco un esempio tratto dal sito “Identità.com” (assolutamente non nazionalista…) in cui aggiungendo l’espressione “è necessario” si trasforma quelle che, tralasciando i termini razzisti inventati, erano semplicemente riflessioni dell’allora giovane politico austriaco in un preciso piano con delle linee guida ben definite che l’Europa vuole nascondere :

Nel suo libro «Praktischer Idealismus», Kalergi dichiara che gli abitanti dei futuri “Stati Uniti d’Europa” non saranno i popoli originali del Vecchio continente, bensì una sorta di subumanità resa bestiale dalla mescolanza razziale. Egli afferma senza mezzi termini che è necessario incrociare i popoli europei con razze asiatiche e di colore, per creare un gregge multietnico senza qualità e facilmente dominabile dall’elite al potere.” (Grassetto mio)
Oggetto di studio da parte di sociologi e politologi è stato il partito d’estrema destra francese “Front National” che ha spesso mostrato di utilizzare una retorica cospirazionista. Il presidente del partito Jean-Marie Le Pen ha individuato nella “lobby” il nemico principale della Francia. Questa lobby controllerebbe associazioni, organizzazioni e gli altri partiti politici chiamati “la bande des quatres” (la banda dei quattro) che sarebbero in combutta tra loro pur mostrandosi ufficialmente avversari (notare la somiglianza con il pensiero di Beppe grillo). Il “gruppo anti-Francia” sarebbe composto da quattro sottogruppi: gli Ebrei controllati da Israele, i protestanti, i Massoni (controllati dagli Illuminati) e gli Immigrati del Mediterraneo (Cuminal, Souchard, Wahnich and Wathier, 1997; Winock, 2006, p.34).
Il Front National vede nell’immigrazione (più generalmente nel cosmopolitismo e nella globalizzazione) un complotto per distruggere le tradizioni, la cultura e il popolo francese.

Sul versante USA, tra la John Birch Society e i cristiani conservatori della destra radicale era comune, negli anni ’50,  l’idea della cospirazione comunista con il Nuovo Ordine Mondiale  comandato dall’Unione Sovietica e l’appoggio delle Nazioni Unite. La JBS attualmente si oppone, seguendo la tradizione della destra radicale, all’immigrazione, alla globalizzazione egli accordi di libero mercato che coinvolgono gli USA.

È ormai appurato ed è opinione comune tra gli studiosi che “il credere alle teorie del complotto è associato a sentimenti di alienazione e sfiducia verso il sistema” (Volkan, 1985). Per “sistema” si intende non solo quello economico, quindi capitalistico, ma politico, quindi anche il sistema liberaldemocratico di rappresentanza che, per quanto possa essere teoricamente tendente all’egualitarismo, per sua stessa natura produce una scala gerarchica in cui il potere è distribuito in modo assai ineguale (e anche in modo evidente, a volte) tra gli individui.
In periodi di crisi politiche ed economiche, soprattutto globali, il cospirazionismo non può che crescere, in particolar modo tra le classi basse e medie meno istruite che, non è una coincidenza, formano i principali bacini elettorali dei partiti populisti e dell’estrema destra. La teoria cospirazionista nasce quando le persone non riescono a comprendere le complesse dinamiche che vi sono dietro a determinati avvenimenti e scelgono la strada più semplice, creando ad hoc (qualche volta anche con l’aiuto di fatti reali) una pseudo storia di facile comprensione con soggetti piatti e stereotipati (i buoni e i cattivi) e dinamiche chiare e limpide.
Alla terza parte.

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Tra normalità e anormalità: un’intervista

Chi è che determina tra i comportamenti umani quale è normale e quale non lo è? Non è una persona, è la società, la consuetudine della maggioranza sociale. Su questo pianeta vivono miliardi di individui ed è norma(le) ciò che è comune alla maggioranza delle persone. È normale avere due gambe, è normale avere un padre ed una madre, è normale essere eterosessuali, è normale avere un’abitazione, è normale vestirsi in un certo modo. Sappiamo invero che esistono persone che non hanno gambe, persone che non sono cresciute nè con una madre nè con un padre, persone che non sono eterosessuali , persone che non hanno una casa e persone che si vestono in modo eccentrico e tutt’altro che usuale. Certo, ciò che è visto come normale oppure anormale varia molto a seconda dell’ambiente e della cultura in cui si è immersi. Cibarsi di gatti e cani è normale in una parte della Cina ma non lo è in Europa. Ma rimanendo nell’ambito “occidentale”, vi sono minoranze sociali che hanno poca voce in capitolo nei dibattiti pubblici o non ne hanno affatto, devono adeguarsi al mondo dei normali e seguire la strada da loro segnata.

La minoranza di cui si parla più spesso è quella omosessuale. Questa minoranza è osteggiata da buona parte della maggioranza eterosessuale; dietro vi sono ovviamente motivazioni ideologiche legate spesso alla dimensione religiosa, ma il quadro sarebbe ben diverso se gli omosessuali fossero la maggioranza. Essere omosessuali sarebbe considerato normale. Minoranza è anche quella dei carcerati che in molti paesi vivono in condizioni disumane, oppure quella dei disabili i quali a causa dell’architettura urbana pianificata a misura della maggioranza sociale, sono costretti a vedere abbassata ulteriormente la loro qualità della vita. Minoranze sono anche le sotto-culture metropolitane, la cui “anormalità” viene dedotta principalmente dal modo di vestire e di parlare; lo sono anche i tossicodipendenti, le prostitute, i folli, gli orfani, i senzatetto, gli alcolizzati, gli psicopatici. Presso alcune scuole di pensiero della sociologia dell’ 800,come quella di Durkheim, vi era l’idea che chi esibiva comportamenti diversi da quelli della massa fosse un outsider, un elemento discriminato dalla società e che da quest’ultima non doveva avere alcun supporto. Come stanno le cose oggi?
Molte persone sembrano sempre più inclini ad accettare il “diverso”, c’è maggior libertà sessuale e in alcuni paesi (ad esempio la Francia) sono state emanate leggi a favore dei diritti civili per la comunità LGBT, ma, forse è inutile scriverlo, siamo molto lontani da una realtà in cui vi è pieno rispetto per le minoranze, di qualsiasi tipo esse siano. La corte europea dei diritti dell’uomo continua a riscontrare violazioni dei diritti umani nelle carceri di molti paesi membri, presso le minoranze Rom e tra i senzatetto, così anche in alcuni ospedali psichiatrici, considerati “istituzioni totali“, ovvero luoghi in cui i soggetti vengono completamente esclusi dalla società civile; ma questi problemi non riguardano la maggioranza, quindi difficilmente assumeranno un ruolo di primo piano nei dibattiti politici.

Mi ha sempre affascinato ed incuriosito tutto ciò che è generalmente considerato strano e fuori dalla norma, soprattutto se si parla di modi di vivere differenti da parte di persone che hanno qualcosa di “diverso” dalle persone “normali”, quindi spinto dalla curiosità ho voluto porre qualche domanda ad un mio amico, Lorenzo, che ha fantasie sessuali indubbiamente fuori dalla norma e che forse non caratterizzano neanche una cospicua minoranza di persone ma solo pochissimi individui in tutto il mondo.capsule-672518 Lorenzo ha chiamato questa particolare fantasia “Cyber-BDSM“. Se per Cyber-BDSM alcuni intendono pratiche BDSM esercitate attraverso la rete, lui intende una sorta di relazione sessuale avente come soggetto un essere appartenente al mondo virtuale.

Cos’è il BDSM? In che modo vi si collega la componente “Cyber”?
Il BDSM è un termine che racchiude molti stili e molte pratiche. Ma principalmente si parla di sottomissione e dominazione consensuale. Normalmente parlando di BDSM tutti pensano subito alle sue espressioni più fisiche e estreme, corde, manette e fruste. In realtà esiste una varia gamma di attività, e spesso la componente di dominazione psicologica supera notevolmente la dominazione fisica. Il tutto si lega col cyber tramite il concetto (più un’utopia) di Intelligenza Artificiale. In questo caso si può immaginare (o fantasticare) su una situazione in cui si è schiavi di una tale AI, non è molto differente dal volere essere sottomessi ad un uomo o ad una donna, tranne che per l’estraneità dell’AI alla specie umana.

Quando e come hai scoperto la tua passione per il Cyber-BDSM?
Ho quasi sempre avuto una passione latente per il BDSM, che coinvolgesse o meno atti sessuali. Poi un paio di anni fa, grazie ad alcuni racconti erotici, mi interessai al “mind control” essenzialmente controllo mentale applicato al BDSM, questo rivoluzionò il mio mondo, la dominazione non era più un concetto legato ai corpi dei soggetti dominante e sottomesso, il bondage non era fatto più di corde e manette, ma di semplici parole.Nel frattempo nel corso degli anni avevo sviluppato un interesse letterario nei confronti della science fiction, soprattutto sulle opere di Isaac Asimov sui robot. Ma in particolare mi colpirono due romanzi di Arthur C. Clarke, uno è “La città e le stelle” e l’altro è il celebre 2001 Odissea nello spazio, in entrambe vengono descritte delle intelligenze artificiali, e ognuna a modo proprio, governano rispettivamente una città, ed un’astronave. Il concetto di macchine che governano il mondo è sempre stato violentemente rigettato, Asimov lo chiamava il complesso di Frankenstein, la paura che una macchina potesse ribellarsi ai suoi creatori. Io ho semplicemente ribaltato il complesso di Frankenstein, e creato una scena in cui la creatura del dottor Frankenstein, in questo caso una macchina dall’intelligenza superiore a quella umana, si sostituisce al ruolo del dom nel BDSM, il tutto poi si mescola con la mia passione per il gender bending.

Come vivi questa tua “passione”? Ne parli liberamente con le persone a te vicine o tendi ad essere riservato?
Normalmente le persone si rivolgono con sguardo democristiano verso il BDSM, reagiscono con sospettosa curiosità al transgenderismo, e sono terrorizzate all’idea di un’intelligenza artificiale che dica ad una persona cosa fare (il che è ironico pensando che molte attività umane sono controllate parzialmente dai computer, tipo il traffico aereo). Esiste una relativamente stretta fascia di popolazione in grado di sopportare tutte e tre insieme senza attacchi cardiaci o senza chiamare un esorcista. Quindi nonostante mi aggraderebbe non poco condividere ciò con chi conosco, devo limitare a poche persone, quasi sempre online.

(Link al blog di Lorenzo: http://jilltgfiction.blogspot.it/)

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